Visite d’inverno

Il telefono emette il trillo usuale di WhatsApp portandoci le notizie che attendevamo.

“…Qui in hotel ci hanno accolto come Colombo di ritorno dalle Americhe…”

È Alberto che con la sua consueta ironia ci comunica la sua posizione attuale. 
Finalmente, infatti, dopo molte promesse e un tentativo fallito per causa di forza maggiore, quest’anno Alberto e Patrizia sono riusciti a venirci a trovare e lo hanno fatto in compagnia di una nostra vecchia fiamma: la moto.
Accompagnati da un benevolo meteo che ha dispensato generosamente giornate di sole e cielo terso ci hanno raggiunto per trascorrere insieme un po’ di giorni e tutto è andato veramente benissimo finché, proprio con l’ avvicinarsi della loro ripartenza, il novello anno non ha deciso di ricordare a tutti che l’inverno era già cominciato. Niente di drammatico s’intende, la temperatura notturna non è scesa mai sotto i 5 gradi, ma per i locali dal sangue mediterraneo questo è paragonabile alla notte artica.
Sicchè, posso immaginare l’effetto che avranno fatto i nostri due centauri allo sbigottito oste che li ha visti arrivare incuranti della temperatura e delle previsioni minacciose. incerto tra una incommensurabile ammirazione e una altrettanto smisurata commiserazione, avrà comunque optato per fare gli onori del caso ai nostri eroi senza macchia e senza paura.
Onori che, scherzi a parte, si meritano perché va detto che in moto, come in barca, le condizioni meteo sono tutt’altro che ininfluenti e, anche se sono trascorsi diversi lustri, io ho ricordi ancora molto vividi di mani congelate, tute zuppe d’acqua e miraggi stradali di stufette e caminetti.

… Noi qualche lustro fa…


Così, con cognizione di causa e spirito cameratesco, oltre che amichevole, non possiamo che augurarci che il tempo sia clemente e consenta ai nostri amici un confortevole ritorno.

Buon viaggio ragazzi e benvenuti nel registro degli ospiti!

 

 

 



Caccia all’intruso: finale

Ci siamo.Domani è Natale. Le “finestrelle” sono quasi tutte aperte; siamo arrivati, per così dire, alla resa dei conti.

Sono rimasti in lizza un verde pascolo e una torre.

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Il primo è uno dei tanti prati che si snodano lungo le colline, a poca distanza dal mare. Qui le mucche pascolano tutti i giorni, placide ed incuranti del meteo e del passaggio dell’uomo.

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La seconda è una torre, o meglio, ciò che ne rimane, appartenuta un tempo ad un grande castello. Tipico fortilizio medievale fu attivo ed abitato nel Medioevo e dall’alto dominava il paese che andava nascendo ai suoi piedi.

Una delle due immagini è stata scattata una ventina d’anni fa, quando le creature erano ancora piccole, in Cornovaglia; l’altra un mese fa, durante una gita fuori…porto con la zia Monica e Silvia (già grande).

E la foto che segue non lascia dubbi su quale appartenga alla Sicilia

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Silvia sulla torre di Buccheri

Ebbene sì, i resti sono quelli del castello di Buccheri, quella che fu definita “la più formidabile fortezza della Val di Noto”. Ora di formidabile sono rimaste solo poche pietre ma il luogo è comunque suggestivo e la vista spazia sul paese, sulla piana di Catania fino al mar Ionio, rendendo evidente il motivo che ne ha decretato la costruzione proprio qui.

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È dall’alto di un castello, quindi, che finisce questo inusuale calendario dell’avvento e, che abbiate indovinato o meno, resta il fatto che la Sicilia nasconde paesaggi davvero inaspettati.

Così, per finire in bellezza, vi lascio con un’ultima immagine “fuori gara”

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Vista per sbaglio, sollevando lo sguardo su un muro di una casa di Monterosso Almo mi ha catturato per le sue parole, sbiadite sulla pietra ma non nello spirito e ora mi sembra il modo migliore per augurare a voi tutti

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Caccia all’intruso: terza eliminazione

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Il lago appare dall’alto della strada e sembra niente più che un piccolo bacino artificiale dalla forma allungata e irregolare, come il braccio di un fiume, ma, passate poche curve, eccolo che riappare adagiato in una larga conca e ancora dopo e dopo ancora altre nuove forme contengono le acque del fiume.

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Il lago di Santa Rosalia è un lago artificiale formatosi dalla costruzione dell’omonima diga sul fiume Irminio ed è uno dei più ampi della Sicilia. Circondato da colline boscose ha sponde frastagliate e piccole numerose insenature. Il luogo è frequentato dai pescatori, (che vi trovano carpe di dimensioni imbarazzanti…) evidentemente solo nel fine settimana perché la stradina che ne costeggia le rive è deserta. La pace regna sovrana e mentre flora e fauna condividono la quiete con fioriture delicate, garrire d’uccelli e fruscii tra l’erba la presenza dell’uomo è ridotta ai resti delle abitazioni di un tempo, semi sommerse dall’acqua.

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La mia immaginazione emiliano romagnola lo immagina con canoe che si spostano leggere e biciclette a noleggio lungo il percorso ma il sole primaverile a dispetto del calendario, il silenzio, i profumi e le piccole increspature sulla superficie dell’acqua lo rendono un piccolo paradiso privato e, con una buona dose di egoismo, penso che la cosa migliore sia goderselo alla “siciliana”…

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Lasciandovi liberi di immaginarlo come lo preferite…resta comunque il fatto che siamo in Sicilia e l’intruso è ancora a…piede libero fino alla prossima settimana.

    

 

Caccia all’intruso: seconda eliminazione.

Ed eccomi qui ad aprire la seconda finestrella di questo “calendario dell’avvento settimanale”

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Questa volta le foto svelate sono due, accumunate dalla vicinanza chilometrica, entrambe ai lati della stessa strada, a qualche curva di distanza l’una dall’altra.

La strada in questione collega Monterosso Almo con Buccheri, due piccoli borghi non troppo distanti da Ragusa anche se appartenenti a due diverse province e si snoda in un paesaggio sorprendente, che poco o nulla ha di siculo.

 

IMG_4795Siamo sui Monti Iblei, e ci inoltriamo tra i boschi e i prati di Monte Lauro, vulcano ormai spento, spuntato dal mare in un passato lontanissimo. Della sua antica origine marina resta poco e niente, ora ci sono boschi di conifere e pascoli verdissimi, pinete e vento che fa suonare gigantesche pale eoliche riempiendo l’aria con vibrazioni potenti e profonde.

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Se abbiamo lasciato la spiaggia  in maniche di camicia qua dobbiamo correre ai ripari e chiudere la giacca a vento e calcare bene la cuffia sulle orecchie. Nulla ricorda il clima mediterraneo e quando all’improvviso appare il gigantesco complesso di antenne paraboliche il salto nel tempo e nello spazio sembra realtà. Si tratta non di una fantasiosa stazione extraterrestre ma della stazione RAI più a sud d’Italia, nata nel febbraio del 1957, e gestita, allora, da personale che  veniva rigorosamente dal “nodde”.

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Adesso di misterioso resta solo il suggestivo impatto visivo, il volo dei rapaci che vi girano intorno e la forte somiglianza con… altrove…che ha probabilmente indotto in errore molti di voi. 

Così non vi resta che provare di nuovo tra le tre rimaste e attendere la prossima località svelata.

 

Caccia all’intruso: prima eliminazione

Tra le tradizioni natalizie la mia preferita, da bambina,  era il calendario dell’avvento. Al tempo era un semplice cartoncino con disegni a tema, un po’ di lustrini e, cosa più importante di tutte, venticinque finestrelle rigorosamente chiuse: una per ogni giorno che mancava al Natale. Appeso in cucina non prometteva niente altro che la gioia di un gesto ogni mattina e l’apparizione di un disegno sconosciuto dietro gli scuri di cartone. Poca roba a dire il vero ma il gusto della sorpresa non aveva bisogno d’altro. 
È pensando a questo e cercando di ricreare un pochino di quella magica aspettativa che ho deciso di non svelarvi l’intruso tra le immagini dello scorso post ma di “aprire” una foto ogni settimana fino al verdetto finale…

E cominciamo con la più gettonata, quella che molti di voi hanno indicato come estranea.

La scultura, posta al centro della piazza esagonale di Granmichele è in realtà parte di un gigantesco orologio solare orizzontale, probabilmente uno dei più grandi al mondo. L’uomo inginocchiato rappresenta il tempo e regge un’asta gnomonica.
La storia sembra una favola, a cominciare dai nomi.
La vicenda comincia nel piccolo borgo di Occhiolà (di cui rimangono pochi resti) dove un giorno funesto la terra tremò e tremò e tremò lasciando, infine, solo rovine. Poco lontano dal devastato borgo si estendeva il feudo del principe Carafa.

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Statua dedicata al Principe Carafa

Era l’11 gennaio del 1693 e il nobil uomo, avuto notizia del terremoto, inviò viveri e quanto era in suo potere per aiutare i suoi amministrati, ma non solo, decise anche di donare loro il suo feudo, dove il 18 aprile dello stesso anno pose la prima pietra della nuova città. Nella piazza del nuovo insediamento fece costruire una grande meridiana, pensando all’appena nata Granmichele come alla “città del sole”.
Questa scultura, costruita proprio sopra l’antica meridiana (rimossa nell’ottocento), rende ancor oggi onore al sole e ricorda la nascita di questa cittadina, decisamente… sicula.

Il che riporta al nostro gioco: chi avesse scommesso su Granmichele dovrà cambiare idea e scegliere tra le rimanenti cinque immagini, una delle quali svelerà i suoi segreti, ma solo… “aprendo una finestrella”,  la prossima settimana.

 

 

Sorpresa

Amo i misteri. Adoro le sorprese.
Da bambina Nancy Drew era la mia eroina (le femminucce della mia età ricorderanno la protagonista dei “Gialli per Ragazzi”) e i cancelli chiusi hanno sempre fatto volare la mia fantasia.
Ebbene, una delle prime cose che ho apprezzato di questa terra è stata proprio la sua capacità di sorprendere, il suo nascondersi e svelarsi diversa e unica dietro ogni curva, oltre ogni collina.
Qui poche decine di chilometri nell’entroterra diventano un vero viaggio nel tempo e nello spazio, tanto da domandarsi se si è sul serio dove si sa d’essere.
Così, per giocare un po’ con voi vi lascio con queste immagini. Una sola non appartiene alla Sicilia, ma quale?
Provate ad indovinare, ma non abbiate fretta: come nei migliori gialli il mistero sarà svelato nella prossima “puntata”.

Numeri

88

primavere disegnate come ricami sulla pelle. Nel silenzio che la contraddistingue la Nonna (che così tutti la chiamano) impasta e tira la sfoglia. La memoria, con gli anni, può scivolare, beffarda, in luoghi sconosciuti ma le mani non dimenticano mai e si muovono guidate da una musica interiore che il tempo non osa spegnere. Ravioli e cavati si accumulano sul tagliere e mi cimento anch’io sotto il suo vigile controllo, cercando di imitarla, mentre dispensa istruzioni con la precisione e l’essenzialità di chi da sempre, sa fare…

30

anni con un filo in mano e il naso all’aria, inseguendo (questa volta è letterale) aquiloni. Di solito in trasferta con la moglie, a Marina è venuto solo e ci racconta un po’ di sé, mentre passa indaffarato da un aquilone all’altro. Non gli abbiamo chiesto il nome ma la “traduzione” di quello del suo gruppo di aquilonisti e prima ancora di averlo svelato, dal suo accento è chiaro che si tratta di dialetto romagnolo.
Si chiamano “Chi Met Di Bacalà” (quei matti del “baccalà”) perchè in dialetto il baccalà è l’aquilone e come il baccalà è un pesce semplice e senza pretese, così senza pretese sembravano ai vecchi del paese quei ragazzetti che correvano dietro a un rombo di carta e di spago…

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gradini che uniscono la parte antica di Caltagirone alla nuova città. Una scalinata a cui le foto non rendono giustizia, ripida e imponente, da salire lentamente perchè in ogni alzata del gradino c’è una distesa di piccole piastrelle di maiolica da guardare. Tutte diverse, colorate, multietniche nel loro rifarsi allo stile arabo e normanno e spagnolo e barocco…
Fermarsi ad osservarle è un’ottima scusa per riprendere fiato, girarsi e godersi dall’alto il panorama di una Sicilia che profuma ancora d’estate…

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chilometri che separano la mia attuale residenza dal luogo in cui sono nata,
che separano le mani che trasformano farina e acqua in tortellini e in cavati,
argilla e fuoco in piastrelle colorate a Faenza e a Caltagirone,
spago e vento in sogni volanti nel cielo di Ragusa e di Ravenna.
1267 chilometri che le mani ignorano perchè le mani hanno memoria ma non hanno distanza.
Le mani non conoscono numeri e non hanno nazionalità.
Le mani creano e assemblano da sempre.
Le mani inventano e riparano dovunque .
E se gli aquiloni ricordano agli uomini, scrivendo sulle colorate ali, che c’è

un solo cielo…in un solo mondo

le mani l’hanno sempre saputo.

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Disturbo?

 

Compleanno di un amico.
Casa di campagna.
Sotto il portico le tovaglie si stendono su tavoli di diversa altezza e fattura e attorno si assiepano le seggiole, le poltroncine, gli sgabelli improvvisati perché il numero degli “amici-conoscenti-persone di passaggio” non è mai certo e men che meno definito. Ma questo non è così ovvio per chi viene dal continente e Michela, fresca fresca da Bologna, con i modi garbati che la contraddistinguono si scusa timidamente:
-Siete sicuri che non disturbiamo?
Due le reazioni: sincero sconcerto e spontanee risate. Perché l’associazione tra il cucinare, mangiare, bere insieme e il disturbo, da queste parti è davvero un’associazione indebita.
Michela e Marco l’hanno capito in un istante e noi abbiamo trascorso in loro compagnia una piacevolissima settimana.

Chi, invece, avrebbe avuto ben diversa risposta al quesito in questione è il maltempo di questi giorni, che è giunto proprio a sproposito all’apertura del primo festival degli aquiloni qui a Marina.

L’aquilone è sicuramente ciò che, sulla terraferma, ricorda di più l’andare a vela.
Tenere tra le mani i suoi fili è come toccare con le dita il vento e le picchiate, le risalite, le virate sono sfide lanciate nel cielo.
Il vento, amico e nemico, è, come in mare, ciò che permette di muoversi e anche ciò che lo impedisce.
Volare diventa un gioco sottile e affascinante tra l’uomo e il vento, fatto di compromessi, di relazioni, di strategie e di sorprese.
E, a sorpresa, fortunatamente, oggi il maltempo si è dissolto sotto i raggi del sole.
Così il cielo ha potuto riempirsi di colori, di movimenti leggeri, di suoni fruscianti per il piacere di tutti: di chi guarda e di chi

“…può salire su
dove tutto è blu
…dello spazio padron
col suo bell’aquilon”
(Colonna sonora di Mary Poppins)

Benvenuto autunno!

Le mete turistiche hanno un loro personale calendario, un avvicendarsi stagionale che nulla ha da spartire con equinozi o solstizi. Se per chi è di passaggio è l’estate astronomica la stagione conviviale per eccellenza con serate che si allungano a sfiorare l’alba, musica e locali aperti ad oltranza, per chi vive a Marina l’estate comincia ad ottobre.

Qui, dopo il consueto pirotecnico “Addio all’estate” di fine settembre si apre una stagione del tutto nuova.
I fortunati turisti che si possono permettere il fuori stagione e i mazzariddari autoctoni si godono la spiaggia libera e pulita e il mare caldo come mai prima.
Le giornate si accorciano ma con pudore e i tramonti hanno tinte di fuoco.
Sul lungomare il passeggio è modesto: c’è tutto il tempo di lasciarsi inebriare dal profumo dei gelsomini e abbagliare dalle fiammate rosse dell’ibisco.
I ristoratori, i commercianti, gli albergatori abbandonano la fretta e ritrovano il tempo delle coccole a chi non più cliente, torna amico.
Il parcheggio è sempre libero, un tavolino di fronte al mare sempre disponibile e all’imbrunire i passeri non devono più competere con gli altoparlanti e riempiono l’aria di canti.
L’epoca del troppo (troppa gente, troppo caldo, troppa confusione…) è finita e le occasioni “mondane” che rifuggono la frenesia si moltiplicano: arrustute in compagnia,

chiacchiere con i vecchi amici tornati in porto per trascorrervi l’inverno, musica dal vivo, canti più o meno intonati e la raccolta delle olive pronte per essere preparate per l’inverno…
Così, mentre, pur con tutta la calma dovuta alla latitudine, la natura si appresta a prender fiato e a riposare, gli uomini festeggiano il tempo ritrovato nel migliore dei modi: insieme.

Addio estate…benvenuto autunno! 

     

 

I colori del mare

 

Il mare, sempre blu nei disegni dei bambini, è invece un costante mutare di colori, di umori e mai simile a se stesso.
C’è il mare allegro che conosciamo tutti, quello delle cartoline, delle ferie spensierate, attese e rimpiante;
c’è il mare schiumante adrenalina delle competizioni: l’uomo contro l’uomo e l’uomo contro la natura, sfida e avventura;
c’è il mare  autorevole, scuro e profondo che chiede umiltà a chi l’attraversa e quello romantico, tinto del rosso del  tramonto.
E  poi, sconosciuto ai più, c’è anche il mare del lavoro, della fatica, delle reti troppo leggere, delle notti troppo fredde e il mare del buio e della paura che non riesco e non posso immaginare.
Una paura che resta negli occhi, annidata, arrotolata tra i ricordi come un’infida serpe. E non bastano un lavoro e lo scorrere sereno del tempo per dimenticare e vincere. C’è bisogno d’altro.
C’è bisogno di tempo, di forza e di coraggio e c’è bisogno di persone, di persone sincere, di persone vere, di rispetto e di affetto.
Se si trovano, se si ha la fortuna d’incontrarli, allora può darsi che il vento sia uno zefiro delicato, le onde un lieve ondulare e il cielo un benefico calore; allora può darsi che i sorrisi si allarghino, i ricordi svaporino un poco e il mare risplenda dei colori dell’amicizia.

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Ciccio, Silvia, Sulay, Andrea e Luca

Andata e ritorno

Le anime nomadi non conoscono ritorni. Le loro sono eterne partenze, continuo divenire, viaggio e scoperta.
È l’eccitazione del primo passo che le guida, il bisogno di andare… dietro la curva, al di là della collina, oltre il capo…
E se capita di ripassare in qualche luogo   (che  la terra è pur sempre tonda) rivedere volti amici è un piacere che ha una data di scadenza.
Altrove, volti sconosciuti attendono d’avere un nome e il loro mondo ancora ignoto ha il brivido dell’imprevisto e il fuoco dell’avventura e nulla può esserne all’altezza.

Le anime stanziali non conoscono partenze. I loro sono solo allontanamenti, brevi parentesi, un battito di ciglia su qualcosa d’altro.
È la nostalgia che le guida, il piacevole languore di staccarsi un breve istante per godere ancor di più di ciò che appartiene loro da sempre.
E il ritorno è di gran lunga il momento più bello.
La serenità del mondo a cui appartengono e che hanno contribuito a costruire, colmo di memorie calde e rassicuranti non teme rivali.

Io non sono né l’una né l’altra o, forse, un po’ dell’una e un po’ dell’altra e amo l’eccitazione delle partenze quanto il conforto del ritorno.
Le cime che legano la mia “casa” e che mi rendono libera di spostare la mia vita sciogliendo un nodo mi tengono anche stretta, come radici idroponiche, alla terra che ha volti amici e profumi, colori, luoghi conosciuti.
Così, dopo solo (direbbe un’anima nomade) poco più di mille interminabili (direbbe un’anima stanziale) miglia, la familiare sagoma del faro di Punta Secca all’orizzonte mi accoglie a braccia aperte come un amico fedele.

Siamo tornati a casa .

I doveri dell’estate.

immagine tratta da internet

Pomeriggio inoltrato. L’ora degli arrivi. Una delle tante barche s’avvicina. Un lui e una lei a bordo.
Anche ad un occhio distratto l’atmosfera a bordo non sembra delle migliori. C’è nell’aria una cappa di tensione che traspare da ogni movimento, da ogni esclamazione.
Lei armeggia coi parabordi, lui timona nervoso. Non sono il ritratto della felicità. E anche a motore spento e, come dire, a giochi finiti, seduti nel pozzetto sembrano due estranei, vagamente annoiati.
Ma ecco, il miracolo! Appare lui, l’incontrastato re dell’estate: lo smartphone, e tutto cambia.
Gli sguardi si fanno vigili, si guardano intorno alla ricerca dell’inquadratura migliore…che si veda il tramonto…mi raccomando. I volti si animano, spuntano sorrisi che chissà dov’erano sepolti fino a un attimo prima. I due si avvicinano, si abbracciano, sembrano sposini novelli in luna di miele. E l’epilogo è inevitabile: un selfie con tutti gli attributi.
Corretto giusto un po’ per rendere il blu più blu e accompagnato dalla didascalia di rito caratterizzata da almeno tre punti esclamativi, sarà presto pronto per essere postato. Testimonianza doverosa per amici, parenti, colleghi di quanto sono fortunati, di quanto si stanno divertendo. Peccato che, repentino come un fulmine, tutto torni in un attimo come prima.
Indecisa tra l’essere divertita o profondamente sconsolata, mi sento di dispensare un consiglio. Se siete non dove vorreste essere, se state lavorando, se soffrite il caldo lontano da luoghi di villeggiatura e rosicate davanti a istantanee blu a trentadue denti, beh, lasciate un po’ di spazio nella vostra mente al beneficio del dubbio.

Notte in rada

L’immagine che appare all’orizzonte è più simile ad uno spettro che non a un’ isola, sfuocata com’è dalla foschia. La barca ha ammainato le vele e procede accompagnata dal brusio del motore. Manca meno d’un miglio e neppure nelle lenti del binocolo appare qualcos’altro che non sia indistinto grigio. Ma, man a mano che il tempo scorre, i contorni cominciano a delinearsi. Lo sguardo segue le linee della costa, gli alberi delle barche si stagliano sullo sfondo: la rada è più affollata di quel che speravamo.

Ci avviciniamo cercando di mantenere le dovute distanze.
Dalla prua il fondo marino appare chiaro, attraverso un’acqua cristallina: rocce, praterie di alghe e macchie di sabbia bianca. Lì e non altrove si deve calare l’ancora, nella sabbia, lontano dalle rocce, lontano dagli intrichi d’alghe, lontano dalle altre ancore già dormienti sul fondo. Il rumore della catena che cade non ha niente di musicale, è sgraziato e spigoloso ma centra l’obiettivo.
Per un attimo.
Poi, un colpo di vento contrario trascina tutti con sé.
La barca è ferma ma tocca andare a controllare. Un compito nient’affatto ingrato perché l’acqua è perfetta e attraverso il vetro della maschera m’incanto a seguire i pesci che mettono in scena il loro lento show tra le rocce.

Dalle altre imbarcazioni altri tuffi di verifica.
Se il vento cala, come spesso accade al calar del sole, se non ci saranno raffiche dispettose, se nessuno dei vicini subirà la vendetta del proprio ancoraggio fatto, forse, con superficiale noncuranza, sarà una notte tranquilla.
Intanto cala il buio. Sulla costa le luci del paesino, in rada le luci di fonda impigliate sugli alberi maestri, in cielo le stelle vivide e brillanti finché la luna che sorge non le fa impallidire fino a scomparire. Il silenzio è rotto solo dallo sciabordio dell’acqua. È ora di dormire ma con un occhio solo e l’orecchio teso a percepire l’umore del vento, l’allarme che monitora i movimenti dell’ancora…

Il dormiveglia è di casa anche in paradiso.

 

In fila per tre

Entrata nel canale di Lefkada

Beh, non proprio in fila per tre…e nessun direttore…e nessuno che batte le mani…perchè Bennato, è ovvio, pensava a ben altro, ma quando suona la sirena, le barche che giravano come squali in tondo su se stesse, si mettono in ordinata fila indiana e procedono lentamente nel canale. Siamo a Lefkada, la porta delle mitiche isole ioniche, meta prediletta del turismo nautico.
Lefkada è un’ isola, ma un po’ per finta, separata com’è dalla terraferma solo da un ponte, quello appunto che si apre obbediente per lasciar passare le imbarcazioni.
L’avvicinamento ha del fantascientifico perché fino all’ultimo istante la prospettiva inganna e, a dispetto delle carte nautiche, sembra di essere diretti ad un insano spiaggiamento.

Poi, però, si scorge il canale con le boe rosse e verdi a delimitare la rotta.  All’interno una specie di mare chiuso, accanto al quale sonnecchia placida una laguna, straboccante gabbiani e altri volatili dal nome sconosciuto.

Quando il canale finisce, cominciano miglia di mare blu con isole e isolette, baie ampie o strette come fiordi, colline dalla lussureggiante vegetazione che rendono l’acqua color delle foglie.

La relativa calma di queste acque, circoscritte dalla terra, richiama, per sua natura, una quantità di imbarcazioni che ha dell’incredibile e le rade più gettonate sono piene come i parcheggi degli ipermercati. Così non stupiscono gli incontri: barche che hanno svernato in Sicilia e ora sostano qui ma, molto più inaspettato, anche un salto nel passato.  Nostri vicini di…pontile nell’epoca “pre Cautha” a Marina di Ravenna, Vittorio e Graziella sono qui con la loro Danae da diversi anni e col loro accento familiare ci ricordano la Romagna e siglano una nuova entrata nel registro degli ospiti. 

Incontri marini

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Un vento particolarmente benevolo sospingeva la barca sulla giusta rotta. Le coste italiane non erano più in vista, quelle greche non ancora. Certo la meta non distava giorni e giorni ma comunque, intorno, c’era acqua soltanto. L’uomo e il mare possono essere uniti da sentimenti diversi e opposti: inquietudine, timore, solitudine ma anche orgoglio, sfida, eccitazione, aspettativa. Un mix di tutto ciò credo sia presente in tutti quando intorno c’è solo blu. Le proporzioni possono variare a seconda del meteo, dell’equipaggio, della barca, della meta, del motivo che induce ad attraversare il mare e, in larga misura, dal proprio carattere. Tuttavia sono sicura che la compagnia di un branco di delfini, delle vele all’orizzonte o il saluto di una barca che procede in senso opposto non possano che far piacere. A maggior ragione il gracchiare disturbato della radio di bordo che rispondeva al mio “Blu, Blu, Blu per Cautha” è stato una gioia.

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Erano Michela e Gabriele sulla loro “Blu”. Partiti da Brindisi stavano facendo rotta su Ereikoussa dove, qualche giorno fa, ci siamo incontrati.  Dopo una trasferta a Corfù, che, come ricordavo, nonostante il turismo d’alta stagione resta una città affascinante con il suo piccolo porto all’ombra delle mura della fortezza e il cielo ingombro di rondini e di frinir di cicale, ora le nostre barche affiancate si stanno godendo una baia finalmente deserta. Dopo aver sopportato tre discoteche galleggianti che ci hanno trasportato per un paio d’ore in un  inferno di decibel, condividere il rumore del vento con un paio di buoni amici è davvero  una benedizione.

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Matera

Centottanta chilometri di litoranea trafficata all’andata e centottanta  al ritorno non sono quello che si potrebbe definire una passeggiata, ma non è bastato.
Ormai eravamo decisi a visitare Matera. Troppo curiosi di vedere di persona la prossima Capitale Europea della Cultura. Troppo tentati dal verificare la spettacolarità del paesaggio così spesso fotografato e documentato.
Ebbene, l’arrivo è stato spiazzante. Una città moderna, un parcheggio, un giardinetto un po’ asfittico… forse abbiamo sbagliato luogo… Poi, invece, girato l’angolo…
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Parlare di Matera non è facile. È talmente perfetta nelle sue linee, nella sua armonia estetica che qualunque commento scade nel banale. Ora città di turisti accaldati e di guide loquaci è stata città di caverne e di case contadine scavate nella roccia nuda, inferno e paradiso, set cinematografico e pagine di letteratura. Sulle facciate monocolore delle sue case si allungano le ombre dei contrasti: passato e presente, memorie ed oblio.

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Tutto si mescola e sfugge alle definizioni, rifugge le parole, sbiadisce le descrizioni. Restano il rosa e il  bianco, la terra e la roccia, il solco profondo della valle e le parole d’altri… 

In effetti, la prima volta che l’ho vista, ho perso la testa, perché era semplicemente perfetta.

(Mel Gibson durante le riprese di La passione di Cristo )

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E alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. Di lì sembra quasi una città vera. Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi.

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Chiunque veda Matera, non può non restarne colpito tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza.

(Carlo Levi – Cristo si è fermato a Eboli)

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Lo giuro

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Le vocine che escono dalle finestre del piccolo edificio hanno il timbro squillante di chi avrà al massimo dieci anni.

– …bambini come me

In controcanto una voce più profonda.

– ed avere ancora fiducia…
– ed avere ancora fiducia
– nel mare…
– nel mare
– nella natura e nella vita…
– nella natura e nella vita

Poi come un allegro petardo, il coro:

– Lo giuro!

Il porto è quello del Club Velico Crotone, tranquillo e accogliente e l’ edificio quello della scuola di vela che ha qui la sua sede.
Ogni mattina uno stuolo di bambini invade i pontili per la consueta lezione. Alcuni sono piccolissimi e seduti nelle barchette, la barra tra le mani, in fila dietro al gommone, formano una tenera compagnia, come tanti anatroccoli a seguito della mamma. Sono concentrati, disciplinati e si divertono.

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Basterebbe già questo, oltre alla mia personale convinzione che lo sport della vela sia una gran scuola di vita, per rallegrarsi dell’esistenza di iniziative come questa. Ma lo spezzone del giuramento, origliato per caso dalle finestre aperte, mi induce a cercarne il testo completo. Non devo faticare molto. Lo trovo, o meglio, ne trovo l’autore, seduto sul pontile, intento ad insegnare ad un paio di bimbetti qualche basilare nozione di pesca. Il testo mancante è, come immaginavo, all’altezza del finale e questo mi esonera dall’aggiungere altro se non trascriverlo, condividerlo e ringraziare questi ragazzi e tutti coloro che lavorano con passione e speranza per un futuro migliore.

Il Giuramento del Piccolo uomo di mare img_6079

Io
piccolo uomo di mare
iniziato alle onde, al vento e alle correnti
nel golfo di Crotone
giuro 
di impegnarmi a conoscere
il mare
per rispettarlo
e per amarlo.
Io
piccolo uomo di mare
dal centro del Mediterraneo
giuro
di navigare, veleggiare, nuotare, immergermi
nelle acque di casa
o nei quattro Oceani
e di giocare su ogni spiaggia
ma sempre da ospite,
lasciando infine ogni cosa al suo posto.
Io
consapevole,
in quanto cucciolo di uomo
bianco, nero, giallo o rosso,
di essere,
con delfini, orche e balene,
l’animale più intelligente del pianeta
giuro
di essere d’esempio
per mamma, papà e tutti gli adulti
e mi impegno
a ispirarli
senza parole
a tornare bambini come me
e ad avere ancora fiducia
nel mare,
nella natura
e nella vita.

(Gianluca Cortese)

 

Libro di storia

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Santa Severina

Il cartello stradale indica Santa Severina.
A capo si legge “La nave di pietra”.
E io rosico un po’, perché un appellativo così vorrei averlo inventato io. Costruita su un cocuzzolo, quando appare improvvisamente tra gli alberi sembra veramente una nave tra le onde lunghe delle colline, con tetti e bastioni del castello a fare da alberi maestri.
Come ormai di consuetudine, anche questo è uno dei “Borghi più belli d’Italia” e come gli altri, è tenuto in ostaggio dal silenzio e dal garrire delle rondini. Non si sentono voci. Persino nella piazza del paese, gremita di uomini che passeggiano e giocano a carte, c’è una pacata tranquillità.

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La piazza e il Castello Carafa sullo sfondo

Una bimba passa tra i tavoli in bicicletta. È l’unica presenza femminile che incontriamo. Le donne brillano per la loro totale assenza. Intravediamo soltanto un frusciar di gonne dietro un uscio mentre, ebbri di vicoli, testimonianze bizantine e normanne, lasciamo il mare di colli per dirigerci verso il tratto di costa che circonda Capo Rizzuto.

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Le vie del borgo

Siamo in versione “turisti terrestri”, ovviamente. La barca è ormeggiata a Crotone e il porto di Le Castella lo raggiungiamo da un’ angolazione inconsueta. Il paesino turistico e “plurale” pare debba il suo nome alle molte isole fortificate che occupavano questo tratto di mare, prima di sprofondare negli abissi. Tra esse, forse… anche l’omerica Ogigia dove Calipso trattenne Ulisse per sette lunghi anni.

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Le Castella, Fortezza Aragonese

Suggestioni leggendarie che sono lo sfondo ideale per la Fortezza Aragonese che domina il promontorio. Circondata dai turchesi del mare è possente e romantica allo stesso tempo. Conservata e tenuta in maniera encomiabile cala il suo ponte levatoio per i visitatori.
All’interno aria fresca e muri possenti, dai bastioni lontani orizzonti ionici e, nella torre, una ripida scala a chiocciola per raggiungere il punto più alto, dove la mia memoria infantile non fatica a collocare una principessa con la lunga treccia o un soldato trafelato che avverte dell’arrivo dei nemici.

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Vista dal castello

Poco lontano, sulla strada del ritorno, un altro punto d’avvistamento strategico e, questa volta è una colonna superstite, figlia della Magna Grecia a trasportarci nel passato.

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Capo Colonna

Greci, Bizantini, Normanni, Aragonesi…
Popoli diversi e secoli che si susseguono racchiusi in una manciata di chilometri condividendo coste e colline, un libro di storia a cielo aperto da ricordare, sfogliare e proteggere.

Solidarietà

Sono in “versione manovale”. Sul tavolo del pozzetto tengo fermo un profilo d’acciaio, passo le viti al consorte, procuro attrezzi. Fedeli al motto che in barca il bricolage non è un passatempo ma piuttosto un obbligo costituzionale stiamo costruendo una zanzariera per il tambuccio. Intanto, dal molo, arriva un ciarliero vociare. Poi una marea bianco rossa si riversa sui pontili. Le intenzioni d’una folla si riconoscono da lontano e  in questa pacifica invasione non c’è traccia della competizione che accompagna gli eventi sportivi ma vi aleggia profumo di solidarietà. Individuo facilmente i gesti, le atmosfere, i modi di chi si occupa degli altri. Mi ricordano le veleggiate di “Tutti imbarcabili”a Marina di Ravenna. Allora ero in qualche modo protagonista,  ora soltanto testimone ma ugualmente contenta e grata nell’ incontrare un’umanità generosa e solidale. Questa volta ad uscire in mare a vele spiegate sono medici, volontari e pazienti dell’AIL di Reggio Calabria (associazione che si occupa dei malati onco-ematologici). Il loro progetto dalle omeriche risonanze, Progetto Itaca, si pone come obiettivo la diffusione della vela terapia per migliorare la qualità di vita dei malati e, guardando questo fiume di persone allegre, sorridenti ed emozionate prendere il largo non si può che convenirne. Del resto se c’è qualcosa che per sua natura spoglia l’essere umano da qualsiasi sovrastruttura di corpo e di pensiero questo è il mare. Acqua salata che ci scorre nelle vene da sempre, distesa liquida che non conosce confini, distinzioni, differenze, ci culla, ci spaventa, ci affascina, trattandoci tutti allo stesso modo, come fossimo un’unica cosa. Ciò che in fondo siamo, a dispetto di etnia, credo, sesso, forza, ricchezza, salute e malattia…semplici ed uniche scintille di vita.

Interni

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La strada corre parallela al greto del torrente in secca, una distesa larga e sinuosa di ciottoli e sassi in bianco e nero. Tutt’intorno monti dai contorni irregolari che, chissà perché, mi ricordano un’ India cinematografica, vista tanti anni fa. La vegetazione sulle cime si divide tra cespugli arsi e verdi conifere; nelle valli le coltivazioni di bergamotto la fanno da padrone.

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I tornanti si susseguono dando la scalata alla montagna e  provocando un certo gusto al consorte, a cui non par vero d’avere ogni tanto un motore da domare.

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Veduta dal Castello di Gerace

Con un’ auto a noleggio stiamo scoprendo l’interno calabro, trovando borghi e paesaggi inaspettati e sorprendenti. I paesi, lontani dalla costa, sono tutti in fuga dalle facili pianure, arroccati e nascosti a scrutare dall’alto, ancora una volta, l’arrivo d’improbabili nemici.

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Borghi tra i più belli d’Italia offrono viste spettacolari, vicoli stretti, case e chiese medievali e bizantine.

 

Monasteri, conventi e luoghi di santità (pare che la “Madonna dello Scoglio” sia una specie di Lourdes nostrana) trovano il loro spazio, protetti dalle rocce, ancorati al silenzio, difesi dalla vertigine su cui vengono edificati.

 

Boschi, cascate e laghi chiudono il cerchio dell’inatteso con sentieri e possibili escursioni che farebbero la gioia di qualunque camminatore.

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Bivongi. Punto di partenza per le cascate del Marmarico.

Quando, ormeggiati al porto di Roccella, abbiamo optato per una sosta più lunga, tale da permetterci di visitare l’entroterra, davvero non mi aspettavo nulla di simile, ma questi luoghi schivi, mimetizzati nella natura che li circonda e li protegge ci hanno stupito e ricompensato con inaspettati tesori.

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l’Eremo della Pastorella. Stilo.

Ps. Nelle foto multiple i nomi dei luoghi appaiono se ci cliccate sopra.

Alla via così