Terrestri?!?

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Cautha sul travel lift

Ed ecco, l’anno è appena iniziato e noi siamo a terra. Non in senso figurato (per fortuna) ma squisitamente letterale.
Cautha ha lasciato il suo specchio acqueo ed è in cantiere in attesa della solita manutenzione ordinaria. Si fa per dire, perché, come sa chiunque si occupi di manutenzione di mezzi meccanici, ordinaria e solita non è mai. C’é sempre qualche imprevisto dietro l’angolo, qualche lavoretto che…già che ci siamo…
Così abbiamo fatto le valigie da bravi turisti e ci siamo trasferiti sulla terraferma, tra pareti solide e immobili.
Ora, ogni volta che trascorro un po’ di tempo a “secco” mi sento come se fossi messa alla prova e resto in vigile attesa: vedi mai che dal profondo salga un po’ di languore malinconico, un certo accenno di nostalgia del mattone…
Credo sia un dubbio lecito.
In fondo, in questi anni, abbiamo conosciuto tantissimi equipaggi barcaioli, ma coloro che hanno abbandonato definitivamente l’”immobile” per il “mobile” non sono stati tanti.
Così mi guardo intorno e soppeso pregi e difetti della mia cornice attuale.
Apprezzo la noncuranza con cui reagisco al vento forte,  ai temporali e alle allerte meteo (che tanto i muri mica si muovono).
Mi godo il cinguettio degli uccelli sugli alberi e il profumo dei limoni e della terra.
Mi diletto a strappare erbacce con gesti di non così antica memoria.
Sto bene, sono a mio agio.
Ma nonostante tutto, la nostalgia non sale. Ancora no.
L’idea che il luogo dove vivo, la mia casa, possa spostarsi, anche di poco, anche per poco, anche no, se non mi va, ma che possa…é ancora un privilegio che mi appaga.
Verrà il giorno in cui i muri avranno la loro rivincita ma per adesso, seduta nella spettacolare terrazza della mia provvisoria dimora, guardo la terra delimitata dal mare e il mare correre e svanire all’orizzonte e penso che per questa volta, ha vinto ancora lui.

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La costa da Marina di Ragusa a Punta Secca

Feste

Questi capodanni a scadenza fissa (…) Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che cominci una novella istoria (…) É un torto in genere delle date.
(Gramsci)

D’accordo. Non costa un grosso sforzo pensare che tra ieri e oggi nulla finisce e nulla comincia sul serio. Tanto per fare un esempio: non ricomincia la scuola che aspetta l’ Epifania, né il lavoro che attende domani.
Se poi escludiamo gli “eventi sociali” ed entriamo nella sfera personale, i momenti importanti quelli che nella vita chiudono un capitolo e ne aprono un altro: un figlio, un viaggio, un trasloco, un lavoro, un incontro…beh, raramente coincidono col 31 dicembre.
E tutto ciò senza contare che in buona parte del mondo il calendario segue scadenze a noi ignote. Non è capodanno in Cina, né in Vietnam; non lo è in Tibet, in Iran, in Thailandia…e la lista è di gran lunga più nutrita.
Sicché, nessun rammarico per chi non ha trascorso un S. Silvestro spumeggiante come pubblicità comanda e buon per chi ha sfruttato un’occasione per stare tra amici e far festa.
In quanto a me, amo le occasioni conviviali in qualunque mese dell’anno cadano e, anche se oggi è come ieri, ogni scusa è buona per auguri sinceri perciò, con buona pace di tutto ciò che ho detto…

Grazie di cuore a voi tutti e

Buon Anno!

C.M.Schulz Cit.da Peanuts

Taormina

Taormina
lunedì 7 maggio 1787
Grazie a Dio, tutto quello che abbiamo visto oggi fu già descritto abbastanza…

Così cominciano le annotazioni di Goethe sul suo diario che, anni dopo, faranno parte del suo “Viaggio in Italia”.
Grazie a Dio perché è in luoghi come questo che le parole sembrano non bastare mai.
Taormina è conosciuta in tutto il mondo.
Così conosciuta, così decantata che ho atteso a lungo prima di rischiare una cocente delusione. Ma infine, ci siamo.
Ed è magia.
L’architetto che l’ha lasciata scivolare dalla cima dei monti e l’ha fermata lì, in bilico sul mare, ha superato se stesso.
C’è tutto quello che uno sguardo può desiderare.

Le trasparenze dell’acqua nel golfo. La mole imponente dell’Etna, chiazzato di neve.

Le chiare rovine dell’anfiteatro che si sporgono su un panorama di una bellezza devastante.

I vicoli stretti di ripidi gradini, i pini marittimi e gli aranci e le bouganville che si affollano tra i sentieri della Villa Comunale.
Ogni elemento naturale convive in questo piccolo scrigno: acqua, aria, terra e fuoco. Ognuno al massimo del suo splendore.
Ma c’è di più. Perché se non è il primo luogo di rara bellezza che ho la fortuna di vedere, è sicuramente uno dei pochi che mi ha stregato.
Il suo fascino va oltre l’indiscussa bellezza.
É come un incipit di un libro, una scatola chiusa, la promessa di un incontro. Come se dovesse il suo equilibrio alla forza del vento, all’impeto del mare, al fuoco del vulcano, come se solo grazie a loro potesse esistere lì, sospesa tra cielo e terra. Ha il profumo e i colori di un luogo che è anche “altro”, che nasconde e, allo stesso tempo diffonde energia e…magia.

Camminare tra le sue strade in questi giorni d’inverno sembra quasi un privilegio, il permesso acquisito di varcare un confine, di cominciare un viaggio.
Onestamente non so quanto di queste suggestioni resti nella calca di turismo estivo ma il

paesaggio che possiede tutto quel che sulla terra serve per sedurre gli occhi, la fantasia, la mente (Guy de Maupassant)

su di me ha esercitato alla grande il suo potere!

 

Cercatori

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Beatamente adagiata tra le braccia di Morfeo, solitamente non mi rammarico di ciò che mi perdo tra le sette e le nove del mattino, ma quando mi capita di dare uno sguardo al mondo che c’è a quell’ora, non posso che apprezzarne la bellezza.
Il mare ha un fascino diverso in ogni istante del giorno e la luce antimeridiana è particolarmente vivida e pulita. Me la godo dall’alto, dalla piazza che guarda il porto e le barche, immobili sull’acqua liscia come l’olio.
Siamo in attesa di Gianfranco e di Corrado e il motivo dell’alzataccia è che stiamo per andare a funghi. Passatempo squisitamente appenninico…finora. Ma se c’è una cosa che questa terra ci ha insegnato è che qua non manca nulla. Spiagge, scogliere, vigne, vulcani, monti, torrenti, campagna e città, colline, boschi, prati e… funghi.

foto da discoversicilia

C’è tutto, o almeno dovrebbe esserci; già, perché i funghi non basta ci siano bisogna anche trovarli. Accompagnati dall’instancabile Jago, che mi ha preso in simpatia, ci inoltriamo tra gli altopiani dei monti Iblei, cercando attorno alle ferle, cespugli dai pennacchi morbidi che si contendono i prati con le mucche al pascolo.

Jago compagno di viaggio

Protetti dai loro rami e mimetizzati dal trifoglio spuntano i ricercati del giorno: i funghi della ferla, appunto. Mimetizzati in verità fin troppo bene perché, nonostante con i bastoni spostiamo, diligenti, ogni foglia per scorgerne traccia, il lungo cammino è infruttuoso.
Ma forse è colpa del paesaggio che distrae troppo spesso lo sguardo dal terreno. In questo autunno che ha tutti i colori della primavera le colline sono una tavolozza di toni di verde, i pascoli si succedono alle vigne, le vigne alle macchie di carrubi; i muretti a secco disegnano i fianchi delle colline e, qua e là spuntano vecchie masserie di pietra, talvolta rimesse a nuovo,  e talvolta morsicchiate dal tempo. Sembra un presepe a cui mancano solo fiocchi di bambagia per fingere una neve che non c’è.
Sono sincera quando dico che già solo questo sarebbe bastato come bottino ma Gianfranco non vuole farci tornare a mani vuote e parte del raccolto di un più fortunato cercatore finisce nel nostro cesto. Così, con la vista appagata non ci resta che appagare il gusto e vi assicuro che il risultato è all’altezza del paesaggio.

Mare e monti

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Quando insegnavo grammatica le congiunzioni mi piacevano molto. Così piccole ma piene di personalità. Come gli esseri umani, con il loro carattere: “ma” e “però”, decise ad avere sempre l’ultima parola, “se” persa in un mondo d’ipotesi, “o” con la fissa del confronto e, la mia preferita, la “e”, che fedele al suo nome unisce, senza preoccuparsi delle differenze: burro e marmellata, buoni e cattivi, mari e monti.
Certo, abbandonata la grammatica per la pratica, l’aereo aiuta e per unire il mare siculo coi monti trentini bastano poche ore.
Il pretesto: un fine settimana al femminile con le creature e mia cognata.
Così, lasciata la barca per la baita sbarco (concedetemi il gergo marinaresco) in quel di Merano.
Qui, le montagne spruzzate di bianco chiudono l’orizzonte tenendo a bada il sole, concedendogli spazio solo a loro piacimento; il vento è teso, secco e freddo e profuma di neve; le luci di Natale e i mercatini colorano le strade del paese.

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Foto di Daniela

L’acqua è rinchiusa tra gli argini, scorre con impeto, rotola sui sassi, scroscia e rimbalza. La natura è una presenza forte, talvolta incombente, talvolta rassicurante. Lo sguardo inciampa tutt’intorno e non c’è modo di guardare liberi da confini, ma nell’acqua calda delle terme, con gli occhi sui monti innevati e la musica che risuona sotto la superficie, il limite di un orizzonte finito è più che sopportabile.

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La compagnia, poi, è un’occasione rara e per me non può essere migliore. A dispetto del mio ottantaduenne vicino di pontile che, nell’apprendere la composizione del gruppo si era messo, ridendo, le mani tra i capelli, noi, insieme, ce la spassiamo un mondo.
Tra passeggiate, chiacchiere e risate (tante), teatrini improvvisati e amicizie estemporanee il tempo passa in un lampo e viene presto l’ora di tornare, chi a Bologna, chi in Sicilia.
Non resta che salutarci, ma non prima che la “e” faccia il suo dovere: mare e monti, cassata e strudel, limoncello e vin brulè, nord e sud, “grandi” e “piccole”, vicine e lontane…
senza preoccuparsi delle differenze.

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Con Manuel e dell’ottimo vin brulè

Questione di muscoli.

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Dov’era l’ombra, or sè la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!
…..
(La quercia caduta- Pascoli)

Ebbene sì, da certe malattie non si guarisce. E certo di malattia deve trattarsi se la prima cosa che mi viene in mente guardando la vela adagiata sul pontile è una poesia del buon Pascoli.
Ignorando volutamente che i primi sintomi di memoria senile hanno a che fare con ricordi vividi di eventi lontani e ricordi confusi di eventi vicini, preferisco soffermarmi sul fatto che il nostro piccolo genoa appiattito accanto ai nostri piedi fa tutto un altro effetto di quando è gonfio sulla prua.
Certo non è morto, né fortunatamente oggetto di saccheggio come la poetica quercia, ma la sorpresa che genera il cambio di prospettiva è senz’altro simile. Le dimensioni estraniate dal loro uso sembrano enormi ( e la nostra è una vela piccola…), il peso praticamente inumano per miei scarsissimi bicipiti e il percorso per trasportarlo più o meno infinito. Decisamente non sono persona da fatica e quando è finalmente piegato e riposto nel gavone per il riposo invernale tiro (…ansimando…) un sospiro di sollievo.
Nei prossimi mesi se Cautha vorrà farsi una “sgambata” fuori dal porto dovrà farlo solo con la randa.

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In compenso si è riaperta da poco la palestra di nordic walking, che nel nostro personalissimo gergo significa che anche gli ultimi turisti stranieri se ne sono andati e la spiaggia di Marina è tornata tutta per noi e per le nostre passeggiate giornaliere.

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Ed era ora! A fronte della faticaccia appena compiuta avrò bisogno di mesi di costante esercizio per migliorare il tono muscolare in vista del riarmo ma, del resto, che ci volete fare?
Come direbbe un’amica, ci sono uomini (e donne) di fatica e uomini (e donne) di…lettere.

Incontro al bar

Portale del Duomo di San Giorgio, Modica.

Chi ha letto il libro di Silvia ricorderà, nelle prime pagine, la descrizione di un incontro.
Un incontro risalente ad almeno cinque, sei anni fa.
Un incontro in un bar, un luogo comune per un modo comune di fare amicizia.
Quattro chiacchiere tra sconosciuti vicini di pontile, i soliti convenevoli e, tra gli altri, quella bizzarra idea che sarebbe diventata realtà qualche anno dopo.
Forse non per tutti, ma senza dubbio per noi, c’è una specie d’imperativo morale che costringe un’idea raccontata a diventare un progetto.
Così, senza che i nostri futuri amici ne avessero idea, quel nostro condividere:
…vendere casa…vivere in barca…i mobili in un container da qualche parte…
segnava la fine di un pensiero e l’inizio di un impegno.
E quando la decisione è diventata a mano a mano sempre più concreta, è ancora in loro compagnia che abbiamo visionato la nostra prima casa-porto.
I “loro” in questione sono Veruska e Claudio, compagni di vela e di vacanze, che, volenti o nolenti, sono stati i testimoni del nostro sposalizio col mare.
Eppure, benché teoricamente sarebbe parso naturale fossero tra i primi, ancora non erano entrati nel nostro registro degli ospiti.
Finora!
Perché finalmente sono venuti a trovarci.
Così a tre anni e mezzo dalla nostra visita a Trapani siamo ancora insieme in Sicilia.
Come allora accolti dal sole e sorpresi dalla pioggia; come allora affascinati dall’arte barocca e da quella… enogastronomica.
Ma questa volta siamo già qui ad accoglierli ed accompagnarli nella nostra nuova casa, a toccare con mano l’idea che avevano visto nascere.
Questa volta quando il tour intenso ma breve giunge alla fine, il “continente” li reclama.
E mentre loro vanno e noi restiamo, sfoglio le foto per scegliere quella da allegare e non ho il minimo dubbio. Non può che essere quella di un… incontro al bar!

Zampe di rana, coda di serpente

Immagine tratta da internet

Adoro l’Italia e la pizza! Quando ho creato Amelia, mi è sembrata una cosa carina presentarla come una ragazza italiana che vivesse alle pendici del Vesuvio.
(Carl Barks)

Sicuramente vulcano e occhi neri sono stati più che sufficienti per ispirare il grande fumettista ma io credo che se c’è qualcosa che ha profonde radici comuni con l’alchimia quella sia la cucina. E tra un sugo partenopeo che sobbolle pian piano e una pozione magica non vedo tanta differenza.
Così, forte della vicinanza di un vulcano, rincuorata dall’approssimarsi della notte delle streghe e, in modo assai più pertinente, dalla maturazione delle olive, riprovo la famigerata salamoia.
I lettori più fedeli ricorderanno il tentativo miseramente fallito a Trapani con le olive di Tonino ma questa volta ho qualche arma magica in più.
Primo: le olive sono quelle dell’olivo del Buenaonda, raccolte personalmente ad una ad una dai rami ricurvi.
Secondo: la quantità di sale ha poco a che fare con le unità di misura convenzionali e molto di più con le arti di Amelia: “Soltanto quando un uovo immerso nell’acqua lentamente salirà e farà capolino dalla superficie, la quantità di sale sarà quella giusta!”

Terzo: non sarà solo un banale coperchio a chiudere la futura leccornia ma un intreccio di rami sottili a trattenere in magica immersione i rotondi frutti.

Infine: saranno il tempo, il riposo e il buio a lavorare in silenzio e solitudine per trasformare un amaro boccone in una delizia del gusto.
Insomma, la formula magica è completa.
Non resta che attendere.
E se, ai primi del nuovo anno, il risultato non sarà quello sperato? Pazienza!
In fondo Amelia la numero uno deve ancora riuscire a rubarla…

Fiori di cactus

Sarà per pudore o forse, più facile, per un’astuta vanità che sui fusti spinosi e ruvidi, circondati dal buio della notte, sbocciano i fiori di cactus.
Di giorno niente più di un’escrescenza verde ed insignificante, di notte una meraviglia di petali bianchi.
Una metamorfosi che si riesce a comprendere solo dopo averla vista. Soltanto allora, se lo sguardo si sofferma sui boccioli chiusi nel pomeriggio assolato, questi assumono il fascino e la dignità di una promessa.
Così anche con le idee.
È solo a volte che in un pensiero informe, che si fa strada nella mente, si intravede già il futuro. E quando accade è un attimo dal fascino impagabile perché se il fatto compiuto regala allegria, entusiasmo e soddisfazione, l’istante della visione, quello in cui l’idea non è più un sogno sfumato ed indistinto ma non è ancora una progetto concreto si ricorda per sempre.
Sono attimi che diventano “storia” e si raccontano:
appena ho visto quella …
in un attimo ho scelto di…
in quel momento mi sono detto…
Le autobiografie sono piene di citazioni simili.
Ebbene, proprio in questi giorni il nostro amico Pietro ci è venuto a trovare insieme a Jack e, oltre al piacere della loro compagnia, abbiamo avuto il privilegio di assistere alla nascita di un’idea, alla visione di qualcosa che ancora non c’è.
È solo un’idea acerba e appena delineata e non sappiamo che seguito avrà ma chissà… sarebbe bello che fosse un bocciolo verde ed informe,  che aspetta la notte,  per poi aprirsi in un calice bianco.
Proprio come i fiori di cactus.

Pietro e Jack su Cautha

Visite autunnali

Barche…gemelle

-Hai visto?
chiede il consorte, ben sapendo che sarà una domanda retorica,
accanto a Bob hanno ormeggiato una barca identica.
Guardo e, all’ovvietà che no, non ho visto, si affianca il legittimo dubbio che questa volta l’osservatore abbia preso un granchio. Riconoscere una linea sotto gli innumerevoli manufatti di Bob (non a caso soprannominato il pitagorico) non è semplice e le due imbarcazioni sembrano davvero estranee l’una all’altra.
Ma il consorte ha ragione. Cantiere, modello, misure…tutto uguale. Ridotti all’osso gli scafi potrebbero sovrapporsi l’uno all’altro. Ma ci vuole un occhio allenato.
E qualcuno l’occhio allenato ce l’ha.
Paola ed Andrea (al quale dobbiamo la nostra “alternativa farmacia” di bordo) sono finalmente venuti a trovarci e Paola, con l’aiuto delle sue conoscenze e della sua sensibilità, trova senza fatica se non  lo scafo nautico, quello umano delle persone che  incontra.
A tutti piace sentir parlare di se stessi e così nessuno si sottrae al ritratto che gli viene elargito a larghe pennellate e gli “oh…ma dai…è proprio così…ma che…questa signora da anni mi conosce?…” fioccano.
“Un gioco” che è in realtà un aspetto della filosofia non convenzionale ma antica che contraddistingue la loro vita e il loro lavoro. Filosofia che da tempo condivido ma che ha sempre sorprese in serbo.
Così, tra novità stimolanti e curiose, acquazzoni e schiarite e veleggiate a prova di mal di mare, il registro degli ospiti ha registrato una nuova entrata.
Benvenuti ragazzi!

Equinozio d’autunno

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Le gocce cadono ritmicamente sulla tuga e conciliano il sonno.
Non che ne abbia bisogno. Alzarmi al mattino per me è già sufficientemente difficile senza questa leggera pioggerella che invita a raggomitolarsi sotto le coperte.

Poi
Perché dev’esserci sempre un poi?!

Un battito di ciglia, non di più, solo il tempo d’un battito di ciglia e il gocciolio diventa uno scroscio, una furia d’acqua impetuosa.
Il consorte mi chiama dal pozzetto gridando per sovrastare il ruggito del vento e dell’acqua.
Mi infilo una camicia alla meno peggio e corro ad aiutare.
Chiudiamo il bimini (tendalino antisole per i non addetti), copriamo i timoni, strappiamo al vento una scarpa mentre l’altra ci sfugge e vola in acqua, le bici rovinano a terra sul pontile.
La leggera pioggerella è diventata un groppo inferocito che s’accanisce sulle barche e sulle cose.
Il cielo è nero pece, una vela di una barca poco lontana si è srotolata e si dimena impotente sotto le raffiche.

Bagnati fradici rientriamo sotto coperta.
Pavimento d’asciugare poi caffè.
WhatsApp tintinna… è la foto di una tromba marina al largo di Punta Secca…

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Edddai!!! Va bene! Basta!

Anche se non metterò il costume in naftalina per questo, ho capito, lo so…l’autunno è cominciato tre giorni fa!

Addio all’estate

Se viaggiare è, senza ombra di dubbio, vagare per il mondo, a volte è solo restando che permettiamo al mondo di venire da noi. Così, i nostri due anni da stanziali (il primo a Trapani due anni fa e questo a Marina di Ragusa) sono stati anni in cui il nostro punto fermo è diventato il punto d’arrivo di amici vecchi e nuovi e il piacere dell’ accoglienza “residenziale” è stato pari a quello della scoperta “nomade”.
Gli ultimi arrivi nel registro degli ospiti (…dopo anni di tentativi…finalmente…) sono Paolo ed Anna con i loro amici Paola ed Elio, di felsinei natali ma in trasferta a Marzamemi.
Con la loro piacevole compagnia abbiamo veleggiato sospinti da uno scirocco garbato, sopportato di malavoglia il traffico automobilistico che intasa le stradine del centro e gustato, invece, con piacere, l’atmosfera variopinta del passeggio sul lungomare dove ogni età, ogni taglia, ogni scelta stilistica ha i suoi rappresentanti.
È l’ultimo colpo di coda dell’alta stagione. Della scoppiettante competizione di fuochi artificiali dell’ “Addio all’estate” di sabato sera è rimasto

…soltanto odore di bruciato nell’aria, e un pugno di ceneri sul selciato…

per dirla con le parole del grande Bradbury.
Ma sono ceneri tutt’altro che malinconiche: d’ora in poi i turisti diminuiranno, i metri quadri di spiaggia libera aumenteranno, le file nei negozi si sfoltiranno e il tempo per fare quattro chiacchiere aumenterà proporzionalmente.
L’autunno, che qui non chiede di pagar dazio con felpe e giacchette, è davvero alle porte con i suoi toni pastello, i suoi tempi moderati, il suo frammentato silenzio… e (i commercianti mi perdonino…) io non sono affatto dispiaciuta di dargli il bentornato!

Rivoluzione

 

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Tagliere di formaggi e salumi nostrani e vino locale

La signora sorride alla cassiera. É abbronzata, tranquilla, cordiale. Estrae la spesa dal carrello. Uno dopo l’altro i prodotti finiscono sul nastro e mentre la cassiera batte i prezzi, io guardo.
Yogurt con immagini di pascoli alpini, cilindro di formaggio sbiadito, busta di insalata variopinta, biscotti che sbandierano il loro SENZA, piccoli parallelepipedi di pesce e limoni in rete che parlano spagnolo.
Ma com’è possibile?!
Qui non siamo in una metropoli artificiale, in una città affollata, in un mondo di cemento… Qui a quattro passi c’è lo yogurt di bufala, che arriva solo ogni tanto (dopo le quattro), c’è l’insalata appena colta, sporca ancora di terra e il pesce sui banchi del mercato (che a volte è andata bene e a volte non è giornata), ci sono i biscotti, che se lo chiedi per favore il giorno dopo te li fanno un po’ più cotti, i limoni si prendono dagli alberi e la ricotta è calda nel paiolo del massaro. Qui mangiare bene, mangiare “sostenibile”, a km. zero è talmente facile che devi metterti d’impegno per non farlo.      Ma ci sarà un motivo, dev’esserci un motivo… sarà straniera, arrivata da pochi minuti, incapace di capire dove si trova.
E invece: “ N’attimo ca niesciu u portafuogghiu e taliu si c’haiu quacchi rinaru”

Da qualche parte ho letto che l’epoca del colonialismo non è finita. Solo, i nuovi dominatori hanno marchi che i bambini conoscono a memoria, motivetti che ipnotizzano e  sparano a colori, intervalli pubblicitari.
Siamo in guerra e non lo sapevo.
Guardo la signora con l’angoscia che si prova su un campo di battaglia, mi guardo intorno e conto i sopravvissuti. Pochi, pochissimi!
Forse è tardi. Ma non è mai troppo tardi per cominciare una rivoluzione.

 

Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste

Tutto cambia: le nuvole
le favole, le persone.
La formica si fa generosa:
È una rivoluzione.
(G. Rodari)

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Marzamemi

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Trentadue gradi, un leggero libeccio, mare quasi piatto ma la stagione, a dispetto d’ogni logica, sta finendo. La spiaggia comincia a svuotarsi e gli abitanti di Marina, che la sanno lunga, dichiarano convinti che da lunedì sarà calma piatta, turisticamente parlando.
Mentirei se dicessi che mi dispiace. Non ho mai amato la confusione, il divertimento preconfezionato, le scelte di massa. “In direzione ostinata e contraria” cantava il grande De Andrè.
Forse è per questo che ho finora inconsciamente ignorato Marzamemi.

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Ci siamo andati più d’una volta e in periodi non sospetti, senza calca e turismo selvaggio, eppure è rimasto sempre e solo nei miei pensieri. Nome troppo blasonato, meta troppo conosciuta e troppe parole d’altri: uno dei  venti borghi più belli d’Italia…

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mare cristallino…

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una piazza che lascia senza fiato ….

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Lodi più che meritate a cui preferisco non aggiungere nulla. Le immagini parlano da sole e, a volte, vanno lasciate sole ad esprimere la magia dei luoghi.

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E allora vi avrebbe colto un incantesimo per quattro silenziosi secondi, e il primissimo movimento da voi fatto subito dopo sarebbe stato in punta di piedi, e la vostra prima parola un sussurro (T. Sturgeon – Un mondo davvero perduto)

 

 

 

 

Ferragosto

 

IMG_7192Tutto comincia il 14. Già dal tardo pomeriggio gruppi di ragazzi affollano Marina, si muovono in branco, trascinando borsoni pieni d’ogni cosa, frigo portatili e tende. In breve la spiaggia diventa un brulicare di igloo colorati (Decathlon ringrazia), un pacifico raduno che ricorda i concerti dei lontani anni ottanta o le colline del Mugello la sera prima del GP.

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Il campeggio improvvisato resta tutta notte e i bar sulla spiaggia hanno il permesso speciale di pompare musica ben oltre la mezzanotte. Questa è la sera delle eccezioni perché domani è il gran giorno…è ferragosto.
Ora, per me, che ho sempre collegato il 15 agosto solo all’aumento di traffico, il tutto ha dell’incredibile. Ma qui è una festa nazionale.
“Scendono a mare” tutti, dai paesi più sperduti, dalle contrade più isolate. La spiaggia è invisibile sotto la moltitudine d’ombrelloni.

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In mare, gommoni, barchini, pedalò, s’affollano attorno alla barca che porta il “legno”, una specie di palo della cuccagna orizzontale, un lungo bastone insaponato dove i ragazzi mettono alla prova il loro equilibrio.

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Poi, al pomeriggio, la folla si raduna, assiepata lungo il molo, dove, al grido festante di “Viva Maria!” la statua della Madonna viene portata in processione da un folcloristico peschereccio, seguito da un corteo di imbarcazioni.

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Per tutto il giorno, ad intervalli, il boato di qualcosa di pirotecnico, non ben identificato, mette a dura prova il battito cardiaco e fa tremare il terreno. Forse sottolinea l’inizio e la fine delle manifestazioni, forse sono le prove per il grande spettacolo di fuochi che si attende per la sera.
E così è il cielo, scoppiettante di suoni e colori, a concludere la giornata.
E la conclude per davvero, perché qui ferragosto non è solo un giorno di festa ma un emblema, un simbolo, l’essenza stessa dell’estate. Un’ estate che, incurante di clima e latitudine, in qualche misterioso modo, nell’immaginario collettivo riesce a durare un giorno solo ed in quel giorno… a ferragosto… nasce e muore.

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Il potere delle parole

 

I flirt in corriera hanno il sapore dei vecchi film in bianco e nero e li ho sempre trovati adorabili.
La Lei della situazione è tre file avanti a me. Vedo solo un cappello di paglia e un accenno di montatura di improbabili occhiali da sole. Lui è seduto dall’altra parte del corridoio, belloccio, con la faccia da bravo ragazzo. Lei parla piano ma di continuo. Lui la guarda con un interesse sincero e non si perde una parola, sorride, annuisce col cenno del capo. Lei è brava: ogni tanto, quando gli occhi di lui accennano a perdere d’intensità , tace. Lo fa parlare, l’ascolta…
Intanto la strada scorre. Sto tornando da Catania attraverso terre che hanno perduto il verde della primavera e boccheggiano sotto al sole. Uno sguardo al paesaggio e uno al mio romanzo personale. Nulla d’immutato. Lui pende dalle sue labbra…dev’esserci davvero un bel visino sotto a quel cappello.
Ragusa.
La corriera si ferma.
Scendono tutti.
Troppo curiosa per non seguire l’epilogo vedo Lei prendere la sua valigia dai colori improbabili, come gli occhiali, e salutare con un cenno della mano
-Buona fortuna ragazzi!
mentre Lui si allontana con una ragazza spuntata da chissà dove.
E ora la vedo! Macché romanzo, macché  flirt…è una signora di mezza età, lineamenti irregolari, un viso comune, nulla di particolarmente attraente. Nulla… a parte il filo della sua voce…
Di cosa avrà parlato per incantare in quel modo il suo interlocutore?
Non mi è dato saperlo ma mi torna in mente ora che, graditi ospiti, Laura (l’unica ad essere riuscita ad insegnare carteggio al consorte!) Paolo e Agata sono venuti a trovarci. Quando la piccola, durante il rientro al porto, chiede
– Mamma, mi racconti dei gatti?
e ascolta deliziata piccoli e delicati episodi di simpatici felini, capisco che poco conta il cosa quando si possiede la magica e delicata arte del narrare.

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Agata con mamma e papà

Quando la lupa arriva.

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Temuta da chi in queste terre e in questo mare vive e lavora, la lupa che viene dal mare arriva all’improvviso, come solo i predatori sanno fare. Fulminea e silenziosa inghiotte le sue prede. Con un respiro fetido si posa salata e pesante sugli alberi, togliendo loro vigore e forza; ricopre il mare di una coltre impenetrabile ed esilia i pescatori al largo, persi, incapaci di intravedere la strada del ritorno.
Non è che nebbia, ma il nome con cui la gente comune la chiama le rende onore.
Da buona emiliana conosco bene il fenomeno atmosferico ma lo accosto a serate autunnali, ad alberi spogli, a brividi lungo la schiena.
Qui, invece, il pomeriggio ha i colori e il calore dell’estate ma, quando la lupa arriva, con repentina rapidità si trasforma in un crepuscolo invernale. In un battito di ciglia il cielo scolorisce, i contorni delle cose svaporano, l’umidità diventa così pesante che si sentono le gocce sulla pelle, come piovesse. Gli stranieri (ed io con loro) restano sbigottiti e scattano foto per futura memoria, mentre in spiaggia nulla cambia: i ragazzi giocano a tamburello, fanno il bagno, qualcuno resta persino sdraiato sotto un invisibile sole. La vita continua all’interno d’una grigia nuvola in attesa che la lupa, sazia, torni negli abissi del mare, rendendo al mondo i suoi colori.

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Panierina… panierina…

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Aprile

…qual è vuota?…qual è piena?
Le manine del bimbo di turno, nascoste dietro la schiena, si svelano. Pugni chiusi, gomiti piegati, un movimento che assomiglia a quello dei pedali della bicicletta e poi, sguardo diretto negli occhi dell’avversario che, in piedi davanti a lui, soppesa con gli occhi la mano destra, poi la sinistra…a cercare un indizio, una nocca sporgente, un ditino meno serrato. Dalle retrovie i consigli si sprecano, poi, finalmente, la decisione e chi ha l’arduo compito d’indovinare tocca uno dei due pugni, che si apre a grida di vittoria se all’interno nasconde un bianco gesso e a risate di scherno se dentro non c’è che il palmo della mano.
Dalle mie prime supplenze all’ultimo giorno di lavoro sono passate praticamente sette “generazioni” di ragazzini e le differenze tra gli uni e gli altri sono state spesso evidenti, ma per qualche misterioso motivo alcuni giochi hanno resistito al tempo, alle mode, all’avvento dell’elettronica. Tra questi il gioco del gesso. Ed è a questo che penso mentre pedalo lungo il lungomare di Marina di Ragusa. I mesi estivi che non avevamo mai vissuto in prima persona sono una sorpresa, come un mano che si apre su un bianco gessetto: la spiaggia che per mesi è stata la nostra palestra privata di camminate è improvvisamente diventata un formicaio colorato di ombrelloni, costumi, asciugamani e, naturalmente, gente, gente, gente. Spuntata come per magia, decuplicata nei week-end si spalma sulla spiaggia del paesino diventato improvvisamente un affollato centro balneare. Si narra che in agosto ci sia la fila per trovare un minuscolo spazio sabbioso dove piantare il proprio ombrellone e già ora, prima di intravedere il colore dell’acqua, bisogna spostare lo sguardo verso il largo. Fortunatamente il livello sonoro è contenuto e il tutto assume il fascino perverso di un dipinto multicolore. Una paesaggistica personalità dissociata per due mesi, poi tutto rientrerà nella norma…Insomma, per tornare al nostro gioco, il compito d’indovinare se Marina è vuota o piena, non è nient’affatto arduo… basta un semplice calendario!

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Luglio

Accordi

Grazia e Jack

Ci sono persone che entrano in sintonia con gli altri con estrema facilità. Spesso è la loro loquacità o l’attitudine al sorriso ( smiling face direbbe un inglese) che genera il ” miracolo”. Allo stesso modo ci sono luoghi che predispongono all’incontro e nazionalità (passatemi il termine) più accoglienti di altre.
Ma, in tutto ciò, c’è una circostanza che a prescindere dal carattere, dal luogo, dalla lingua e da qualunque altra influenza esterna ha il potere di unire profondamente.
Parlo di strumenti, di voci intonate, di ritmico battere di mani.
Parlo di musica che disperde le identità e crea un unico insieme.
I suonatori si guardano con la benevolenza e la simpatia che genera l’avere una passione in comune. A chi parla la lingua delle note basta un do per capirsi, per sapere cosa fare.
Gli strumenti si accordano e le anime pure e, allora, per quanto lontani ed estranei possano essere gli obiettivi della vita d’ognuno, in quell’istante ne conta uno soltanto: suonare… suonare…come direbbe la PFM.

Così, ricordando  una serata musicale, tra le tante piacevolissime trascorse insieme, con un po’ di ritardo, Grazia e Jack fanno il loro ingresso nel registro degli ospiti.

E se quest’isola eclettica offre le più svariate cose ed esperienze a chi la visita per la prima volta e, nell’arco di una breve vacanza, il tempo non basta mai per fare tutto, sono contenta che, questa volta, ne sia rimasto un po’ per un cortile, una calda notte estiva e un concerto improvvisato per chitarra, percussioni, voce e… naturalmente… basso.

L’energia, la luce, il mare, i pensieri, le orbite dei pianeti: c’è un ritmo vitale alla base di tutto, musica, suono, armonia.
(G.Cloza-Felicità in questo mondo)

L’aia

Letteralmente l’aia è uno spazio di terreno spianato, accanto ad edifici rurali e da qui, come suffisso ( ghiacci..aia, abet..aia) un luogo destinato a contenere qualcosa. In questo caso il contenuto è piú volatile ma altrettanto concreto ed è il piacere della condivisione, dello stare insieme.
L’ “aia” in questione è un vicolo lastricato di sassi che porta al castello di Donna Fugata.
Sono le sette di sera e il palazzo è chiuso al pubblico ma lì intorno si tessono trame che non hanno nulla da invidiare alle stanze nobiliari. In un edificio adiacente, un massaro, come ogni sera, fa la ricotta. Riporta le possenti e brune mucche modicane nella stalla, ne torna con i secchi di latte appena munto, li versa insieme al caglio bollente in un grande paiolo, mescola e mette sul fuoco.

Ci sono solo calore, attesa ed esperienza ma il risultato è la ricotta.

Calda ed umida, ad un costo irrisorio viene offerta agli avventori di passaggio.
Con Jonathan e gli ospiti del “Buenaonda” approntiamo una tavolata alla buona, aggiungiamo pane e vino portati da casa e nutriamo corpo e soprattutto spirito, mentre sullo sfondo i merli del castello si stagliano nitidi in un cielo che, da azzurro, si fa pian piano indaco.

A pochi passi da noi, convivono i tavoli di un ristorante. Non so quante stelle abbia il locale ma questa sera ci basterà guardare in alto per vincere la sfida: le nostre saranno decisamente di più.

Alla via così