Alta stagione

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La percezione del tempo è una cosa squisitamente personale. Ci sono periodi spessi e intensi che restano addosso come indumenti bagnati, pregni a volte di gioia, a volte di dolore e periodi che volano leggeri, scivolosi, sfuggenti  e scorrono rapidi come l’acqua di un fiume. 

Seduta nel pozzetto della barca, davanti al monitor del computer, guardo incredula la data che appare nel mio ultimo post. Non può essere passato così tanto tempo…

La mezzanotte è suonata già da un po’. I grilli cercano disperatamente di contrastare la cacofonia assordante che proviene dai bar del porto, che sono tutte luci, via vai di passanti e musica, se così si può chiamare, sparata sempre più forte in una gara di decibel dove ognuno cerca d’averla vinta. La stagione è decisamente nel suo pieno ma io quasi non me ne sono accorta. Distratta da altro, quando ho alzato gli occhi l’ho trovata già qui. La spiaggia e la scogliera piene di ombrelloni sono già diventate  affollati luoghi da evitare, tutti i ragazzi che cercavano un lavoro stagionale l’hanno trovato e lavano piatti, portano caffè, distribuiscono arancini con il sorriso stampigliato sul volto, sull’ autobus che collega Marina con Ragusa, quando le ore si fanno piccole, si ammassano i ragazzini diretti alle discoteche e mentre il porto si  svuota, le lavanderie lavorano alla grande e le macchine automatiche piegano e “incartano” lenzuoli, asciugamani e tovaglioli spandendo intorno un intenso profumo di bucato. È luglio e  a luglio questo succede. Un luglio caldo e soleggiato per la gioia di chi ne gode e  di chi di questo vive. 

Intanto, da uno dei bar del porto si alza un coro di buon compleanno, mentre la musica si zittisce come per miracolo. Adesso è tutto un cri-cri di grilli e un vociare lontano. Nel pozzetto sono rimasta sola, il consorte è già sceso sotto coperta. Alzo gli occhi nell’angolo destro del monitor…sono le due passate…!  

La percezione del tempo è una cosa squisitamente personale…

Pietre e fiori

Scatoloni pieni di petali, caraffe di corteccia colorata, fiori, sassi, gesso e colla. Uomini  donne e bambini sono chinati a disegnar per terra come si faceva con la “luna” di infantile memoria.

C’è un piacevole vento che spazza via il caldo torrido di quest’estate scoppiata tutt’a un tratto: apprezzato dai più, è decisamente malvisto da chi, carponi, cerca di tenere al suolo il materiale leggero con cui lavora.

Siamo a Taormina, in quel magico dedalo di stradine e scale aggrovigliate ai piedi del vulcano, sospese sopra al mare e siamo circondati da uno scenario fiorito.

La mia ignoranza su questioni religiose mi porta a chiedere lumi e scopro che il motivo di tanta festa è la celebrazione del Corpus Domini. Una tradizione antica che il passante interpellato, di un’età facile ai rimpianti, trova peggiorata nel tempo. Mi racconta che, una volta, i muri delle case non si vedevano tante erano le coperte bianche, ricamate a mano, stese dalle finestre e dai balconi.

Non stento a crederlo ma a me, quelle che sventolano ora, sembrano già molte e bellissime, come splendide sono le infiorate per le strade e gli altari che spuntano dietro ogni angolo.

Tra poco ci sarebbe la processione ma non possiamo aspettare perché il vero motivo per cui siamo qui è molto meno spirituale. Oggi a Taormina suonano i Jethro Tull e si esibiscono al teatro antico, un luogo di una bellezza commovente. Vedere il palcoscenico attrezzato incorniciato da quelle stesse colonne che hanno visto recitare attori con la toga è un pensiero che scava in un tempo così lontano da risultare quasi inconcepibile. Pareti e archi e pietre che da più di 2000 anni, sotto lo sguardo vigile dell’Etna, accolgono uomini che emozionano altri uomini…suonare qui deve essere un’esperienza unica.

E lo è. Non so per gli artisti ma per noi senz’altro perché la musica e lo spettacolo sono all’altezza del luogo e delle suggestioni.

Quando le note dell’ultimo “bis” svaniscono, la fiumana umana si riversa ordinatamente nella cittadina, ripopolandola un poco, prima della notte. Presto scenderà il silenzio sui fiori posati per strada, sulle coperte appese, sugli altari improvvisati.

Anche il teatro, tra poco, tornerà buio e quieto, ma tra le sue pietre nasconderà un altro prezioso ricordo da custodire.

Questione di sogni

L’altro giorno, per puro caso, mentre ero intenta a faccende che, se la barca fosse una casa si direbbero domestiche, ho sentito, senza vederne le immagini, la pubblicità di un’auto. C’era una voce fuori campo che ricordava ad una persona presumibilmente adulta che delusione sarebbe stata per il suo “io adolescente”  vedere come sarebbe diventato da grande…delusione per tutto, tranne, ovviamente, per l’auto, l’unico sogno, a quanto pare, che il fortunato guidatore era riuscito a raggiungere nella sua vita.

Un pensiero agghiacciante!

Eppure, per vendere un prodotto, gente che di mestiere convince altra gente, dà per scontato che la vita porti ognuno di noi lontano anni luce da ciò che era, da ciò che amava fare, persino da ciò che amava mangiare…e forse è così. Forse è la verità della statistica, dei  grandi numeri, della maggioranza.

Ma per fortuna la realtà, a volte, va in direzione ostinata e contraria (cit. De Andrè) e non tutti dimenticano se stessi nelle pieghe del tempo.

La coppia di sconosciuti che qualche sera fa ballava tra i tavoli di una drogheria non ha dimenticato ciò che era e non l’hanno fatto i commensali, seduti ai tavoli, che tenevano il ritmo al suono di vecchi vinili suonando bicchieri e coperchi e nessuno dei presenti che cantava e si divertiva come faceva da ragazzino.

Festa in valigia a Delicatessen

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sanno emozionarsi e ridere e parlare con gli sconosciuti, quelli che amano il loro lavoro, anche se non è quello che pensavano di fare a dieci anni, quelli che cercano sempre qualcosa da imparare anche se sono “arrivati”, quelli che con gli amici di un tempo ci stanno bene come un tempo anche se non si vedono quasi mai. 

Marco e Natalia in visita.

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sono rimasti curiosi come bambini, quelli che non si accontentano della prima risposta, quelli che vogliono capire, quelli che fanno progetti soffiando sulla torta di compleanno. E poco importa se le candeline sono venti, sessanta o ottantanove perché, in fondo, è molto semplice. 

Non c’è un’età dei sogni, ma solo sognatori. 

E i sognatori sognano da sempre e non riusciranno a smettere mai,  perché i sogni non hanno fine

e i sognatori non hanno età. 

Metronomi

tic tac 

tic toc tac

toc toc tic

I metronomi, colorati e in fila, oscillano implacabili. Segnano tutti lo stesso tempo, ma sono partiti in momenti diversi sicché, coerenti con se stessi ma dissonanti gli uni dagli altri creano un ritmo che ritmo non è. Carlo Ventura (il papà teorico del nostro approccio alla salute) parla di musica, di cellule, di vibrazioni, di consapevolezza, di società e, naturalmente dell’esperimento coi metronomi .https://youtu.be/UMqDkqisK-Q

Così, mentre questi  continuano imperterriti a tenere ognuno il proprio tempo, io penso che questa confusa e disordinata cacofonia non è ciò per cui sono stati creati.

È questione di un attimo e poi un’ assonanza di pensieri giunge inaspettata.

Mozart, che alla precisione dei metronomi aggiungeva un genio fuori dal comune, ci sembra nato per essere ciò che stato, ma quanto hanno pesato l’autorità e la “tirannia” di suo padre per il talento che ha regalato al mondo? Senza di esse  il giovane Amedeo avrebbe trovato ugualmente la sua strada? E sarebbe stata quella? E se avesse fatto altro, il mondo sarebbe stato privato del suo incanto ma lui sarebbe stato più o meno felice? 

E il dirigente d’azienda che sognava di fare l’allenatore di calcio ha trovato la sua strada o l’ha persa?

E, più semplicemente, noi riconosciamo davvero ciò che sappiamo fare meglio? Ascoltiamo i nostri talenti o li temiamo? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada o dobbiamo incamminarci  in direzioni sempre nuove per trovarla? E quante strade abbiamo? Una, quella con la s maiuscola, o tante?

Beh, forse non sono dilemmi così comuni ma certo sono domande che qualunque educatore si è fatto ed io, anche se ora sono lontana dai banchi, continuo a farmi domande e ancora a non trovare risposte certe.

Ma i metronomi non hanno dubbi sul quale sia il loro scopo.La piattaforma elastica su cui sono posati li ha in qualche misterioso e meraviglioso modo portati ad oscillare ad un ritmo che non avevano prima, così qualcuno ha rallentato, qualcun altro accelerato e adesso “guardano” all’unisono a destra e a sinistra, suonando come uno strumento perfettamente accordato… sviluppando delle armoniche che da soli non avrebbero mai avuto…

tic tac

tic tac

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Quelli che…

Ci sono quelli che, camminando fianco a fianco al mare sferzato dal vento, non hanno nulla per proteggersi se non un profondo e rancoroso disappunto… e quelli che non hanno occhi che per il bianco e potente fascino delle onde vaporizzate nel cielo.

Lungomare Marina di Ragusa

Quelli che, con la valigia preparata per un giorno di sole,  reagiscono ad un cielo grigio con invettive e lagnose lamentele…e quelli che scoprono sotto le nuvole percorsi alternativi e luoghi nascosti.

S. Vincenzo Ferreri

Quelli che in un’aiuola incolta vedono terra e gramigna…e quelli che vi scorgono una rossa e allegra invasione di papaveri.

Quelli così presi dalle loro aspettative che non riescono a vedere altro che ciò che manca …e quelli così presi dalla vita che non possono che vedere tutto ciò che c’è.

Musicanti a Ragusa Ibla

Quelli con i quali la condivisione di luoghi, momenti, amici è solo un mero esercizio di cortesia…e quelli con i quali diventa non solo un piacere ma anche motivo d’orgoglio e di riscoperta, quasi fosse di nuovo la prima volta.

Piazza Hodierna

Ci sono quelli  come tanti…e quelli come Giorgia, Paola e Pietro.

Benvenuti di cuore ragazzi nel nostro registro degli ospiti!

Strade

“How many roads” cantava Bob Dylan, “On the road” scriveva Jack Kerouac. E poi…andare per la propria strada, essere sulla buona strada, essere in mezzo ad una strada, farsi strada, incontrarsi a metà strada…e ancora…cibo da strada, arte di strada…

Insomma, i modi di dire, i riferimenti culturali, i richiami alla strada non mancano e tante sono le strade e i modi di percorrerle.

Ci sono strade costiere che separano l’audacia del mare dalla rassegnazione della terra

Riserva del fiume Irminio

e strade che inseguono fiumi,

li attraversano,

si perdono, riappaiono.

Pantalica

Ci sono strade nate dalla disattenzione degli alberi che lasciano loro il posto, tra un dispiegarsi di sassi e terra,

Pineta di Chiaramonte

e strade che l’uomo ha creato per unire o dividere,

segnare o cancellare confini,

Donna Lucata

Ci sono strade ritrovate che si fanno beffe del tempo e portano dirette in un lontano passato

Noto Antica

e poi ci sono loro…

strade dove ancora strade non ci sono,

strade che sono sentieri da tracciare,

cammini da inventare…

Strade che si vedono col cuore prima che con gli occhi, nuove e libere sulle quali non si può fare fare a meno di lasciare semplicemente


un’impalpabile e leggera traccia

Dune di Sampieri

Sogni

Come di consueto sono i piccoli gesti che introducono grandi eventi. Sicchè è dal divieto di parcheggiare auto e moto all’interno del porto e dalle panchine spostate ai lati della strada che si è annunciata la regata di Laser a Marina di Ragusa. Per i non addetti ai lavori il Laser è una piccola barca a vela, utilizzata dalle regate amatoriali fino alle competizioni olimpiche e a Marina si è svolta la seconda tappa dell’Italia Cup Laser.

Tutte le manifestazioni sportive mi hanno sempre affascinato ma quelle che hanno la natura come scenario e primo avversario ancora di più. In questi giorni di gare il porto è rinato a nuova vita, tutto un brulicare di giovani atleti, un vociare allegro, file infinite di barchini sui carrelli, la strada piacevolmente intasata dai Laser che aspettavano di scendere in mare.

Con l’acqua a mezza gamba lo staff di supporto, tutto africano, brillava d’orgoglio mal celato, mentre aiutava la discesa in acqua e riponeva i carrelli in matematico ordine. 

Dalla piazza sopra il porto scendeva il brusio  dei commenti dei crocchi di passanti, tutti fermi col telefonino in mano a scattare foto da postare agli amici. E poi, dopo il via, lo spettacolo si è spostato in mezzo al mare, calmo e amichevole per l’occasione, regalando agli occhi dei passanti un piccolo turbine di vele bianche. Un’atmosfera davvero di festa!

E in mezzo a tutto ciò, mi si è insinuato un pensiero estraneo, un articolo letto da poco su Internazionale sul cosiddetto “dream gap” il divario che separa le bambine, a partire dai 5 anni, dal loro pieno potenziale. Un po’ come dire, secondo gli studi citati, che ,fin da piccolissima, una bambina pensa di non poter ottenere grandi traguardi nella vita. È una ben triste affermazione ma ciò che ho visto qui  è stato spirito di collaborazione, una mano che aiuta l’altra nello spostare le cose, nell’infilarsi la muta…e poi la grinta e la determinazione prima della partenza e sana e rispettosa competitività che sfuma in amicizia quando è tutto finito. E l’ho visto sui volti dei giovani atleti, tanti ragazzi e, ebbene sì, tante ragazze, uniti nello spirito, nella passione e nelle aspirazioni.

E questa volta, più del solito, mi è sembrato bellissimo.

Volta la carta

Prima di essere una bellissima canzone di De Andrè “Volta la carta” è una filastrocca popolare che accosta verso dopo verso concetti molto distanti, uniti tra loro dalla rima e dal lento adagio…volta la carta.

Anche nella vita a volte accade che cose completamente distanti siano unite da gesti, da suoni o da luoghi.

Per esempio tutti accosterebbero un nastro trasportatore al lavoro o tutt’al più ad una visita guidata in qualche azienda del territorio

e invece,

quando il principale dell’azienda è un appassionato musicista può succedere che tra bancali e macchinari si improvvisi un concerto con tanto di maestro di violino, ristorazione (leggi grigliata) e pubblico di ogni età. È un uomo che “volta la carta” ma non solo.

E ancora, tutti accosterebbero ad una semplice bottega o “putia”, come si chiama da queste parti, una spesa salutare  o la cucina del territorio

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foto di Delicatessen da Instagram

e invece

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Roxi dei Born It in abiti tradizionali malesi

può diventare il palcoscenico di una festa, una “Festa in Valigia” che dalla Sicilia sbarca in Malesia , con tanto di musica e cibo tradizionale

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I Born It in concerto

mentre i muri per l’occasione vengono nobilitati a supporti per un’inedita mostra fotografica. 

È una squadra che “volta la carta” ma non solo.

Quello che unisce queste ed altre situazioni simili è l’entusiasmo, la voglia di fare, di condividere, di coinvolgere, una voglia che ho trovato qui, in questa terra, più che altrove ma che, comunque, per sua natura non ha né patria né età.

Quindi, non importa quanti anni avete né dove siete, perché se volete giocare con me non avete altro da fare che continuare…

C’era una fabbrica col cancello aperto,

volta la carta e si vede un concerto

un concerto in una bottega onesta

volta la carta e si vede una festa

una festa…. 

 

 



Nella vecchia fattoria…

Sorpresa mattutina

Icarìa è nata. Dopo un paio di falsi allarmi, qualche mattina fa, accoccolato sulla paglia abbiamo trovato un fagottino di pelo bianco e nero. Un lieto evento per noi di…famiglia perché, benché il papà Icaro (da cui il nome) non ci sia più,  conosciamo molto bene il papà adottivo per averlo trasportato per 70 km sul sedile posteriore di un’ utilitaria dall’allevamento fino a casa…

Passeggero bizzarro…

Sto parlando di capre, tibetane per l’esattezza, il che però non spiega cosa abbiano a che fare questi simpatici animali  con una barca a vela. È difatti opinione comune che l’amore per il mare fugga da tutto ciò che è terrestre e stabile. E invece, sebbene i contesti siano completamente diversi, il respiro della natura ha lo stesso ritmo in acqua e in terra e  vivere rispettandolo,  in una malga, in una fattoria o in una barca non è poi così diverso. Lo testimoniano diversi amici che da navigatori si sono trasformati con ottimi risultati e grande soddisfazione in gente di terra a tutto tondo. E anche noi, sulla nostra rotta abbiamo incrociato una piccola e folcloristica fattoria di un amico, di cui seguiamo le vicende, l’ultima delle quali è appunto la nuova nascita.

inutile specificare che da buona cittadina non avevo mai visto un capretto di poche ore, nè del resto avevo mai raccolto le uova nel pollaio, nè arance, olive o limoni direttamente dall’albero. Insomma il mio contatto con la terra si limitava al mio piccolo giardino e a qualche vasetto di peperoncino e basilico. Sicchè, a ben vedere, questa scelta di vita rischia di portare a galla più che la mia anima da marinaia, quella da contadina…

Decisamente un aspetto imprevisto, lontano anni luce da qualsiasi pronostico precedente alla partenza di 4 anni fa. Ma se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che, per quanta fantasia si possa mettere nell’immaginare il futuro, la vita ne ha sempre di più. Così, non metto limiti al destino e… se arriverò a mungere latte di capra ne sarete prontamente informati…!

Icarìa con la mamma

 

Pantalica

L’impressione è quella di trovarsi in una specie di far west nostrano, circondati da canyon e da vegetazione selvaggia.

Il millenario scorrere del fiume Anapo ha creato queste gole, gli inaccessibili altopiani che le sovrastano e le rive appena accennate del fiume che scorre sotto le ripide pareti.

Luoghi strani e certo non comodi per far nascere insediamenti eppure, molto prima della venuta dei Greci, popolazioni locali sono fuggite dalle coste e dal mare e si sono rifugiate qui, alla ricerca di un’ estrema difesa. Da cosa o da chi non ci è dato sapere per certo ma poco o nulla è rimasto dei loro villaggi.

Invece, per qualche bizzarro disegno più geologico che divino, le loro necropoli sono rimaste intatte attraverso i secoli. Le pareti scoscese sono bucherellate come groviera da una moltitudine di piccole grotte scavate a beneficio dei defunti.

Circa 5000 tombe si aprono nella roccia creando una scenografia che non ha più nulla in comune con cowboy e indiani ma che è di una suggestione unica.

Dichiarato sito Unesco, la necropoli di Pantalica si lascia corteggiare dai visitatori . In queste giornate invernali però il sito è deserto e percorriamo sentieri, affrontiamo guadi

e ci intrufoliamo nelle grotte

in completa sintonia con l’ambiente.

E se i più avventurosi ( e giovani…) tra noi progettano di tornare  con tende e sacchi a pelo per una notte “primitiva” a me è bastato questo breve e diurno tuffo tra  boschi e rocce per immaginare e rivivere quell’emozione profonda e selvaggia che più di duemila anni fa deve aver accompagnato le anime degli antichi scultori di questi luoghi.

Pantalica muore e rivive nella sua culla.
Un alveare di case e tombe sulla montagna.
Dorme nel sogno il trofeo della vita…

(Santi Martorino – Le Muse di Pantalica)

 

 

Visite d’inverno

Il telefono emette il trillo usuale di WhatsApp portandoci le notizie che attendevamo.

“…Qui in hotel ci hanno accolto come Colombo di ritorno dalle Americhe…”

È Alberto che con la sua consueta ironia ci comunica la sua posizione attuale. 
Finalmente, infatti, dopo molte promesse e un tentativo fallito per causa di forza maggiore, quest’anno Alberto e Patrizia sono riusciti a venirci a trovare e lo hanno fatto in compagnia di una nostra vecchia fiamma: la moto.
Accompagnati da un benevolo meteo che ha dispensato generosamente giornate di sole e cielo terso ci hanno raggiunto per trascorrere insieme un po’ di giorni e tutto è andato veramente benissimo finché, proprio con l’ avvicinarsi della loro ripartenza, il novello anno non ha deciso di ricordare a tutti che l’inverno era già cominciato. Niente di drammatico s’intende, la temperatura notturna non è scesa mai sotto i 5 gradi, ma per i locali dal sangue mediterraneo questo è paragonabile alla notte artica.
Sicchè, posso immaginare l’effetto che avranno fatto i nostri due centauri allo sbigottito oste che li ha visti arrivare incuranti della temperatura e delle previsioni minacciose. incerto tra una incommensurabile ammirazione e una altrettanto smisurata commiserazione, avrà comunque optato per fare gli onori del caso ai nostri eroi senza macchia e senza paura.
Onori che, scherzi a parte, si meritano perché va detto che in moto, come in barca, le condizioni meteo sono tutt’altro che ininfluenti e, anche se sono trascorsi diversi lustri, io ho ricordi ancora molto vividi di mani congelate, tute zuppe d’acqua e miraggi stradali di stufette e caminetti.

… Noi qualche lustro fa…


Così, con cognizione di causa e spirito cameratesco, oltre che amichevole, non possiamo che augurarci che il tempo sia clemente e consenta ai nostri amici un confortevole ritorno.

Buon viaggio ragazzi e benvenuti nel registro degli ospiti!

 

 

 



Caccia all’intruso: finale

Ci siamo.Domani è Natale. Le “finestrelle” sono quasi tutte aperte; siamo arrivati, per così dire, alla resa dei conti.

Sono rimasti in lizza un verde pascolo e una torre.

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Il primo è uno dei tanti prati che si snodano lungo le colline, a poca distanza dal mare. Qui le mucche pascolano tutti i giorni, placide ed incuranti del meteo e del passaggio dell’uomo.

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La seconda è una torre, o meglio, ciò che ne rimane, appartenuta un tempo ad un grande castello. Tipico fortilizio medievale fu attivo ed abitato nel Medioevo e dall’alto dominava il paese che andava nascendo ai suoi piedi.

Una delle due immagini è stata scattata una ventina d’anni fa, quando le creature erano ancora piccole, in Cornovaglia; l’altra un mese fa, durante una gita fuori…porto con la zia Monica e Silvia (già grande).

E la foto che segue non lascia dubbi su quale appartenga alla Sicilia

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Silvia sulla torre di Buccheri

Ebbene sì, i resti sono quelli del castello di Buccheri, quella che fu definita “la più formidabile fortezza della Val di Noto”. Ora di formidabile sono rimaste solo poche pietre ma il luogo è comunque suggestivo e la vista spazia sul paese, sulla piana di Catania fino al mar Ionio, rendendo evidente il motivo che ne ha decretato la costruzione proprio qui.

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È dall’alto di un castello, quindi, che finisce questo inusuale calendario dell’avvento e, che abbiate indovinato o meno, resta il fatto che la Sicilia nasconde paesaggi davvero inaspettati.

Così, per finire in bellezza, vi lascio con un’ultima immagine “fuori gara”

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Vista per sbaglio, sollevando lo sguardo su un muro di una casa di Monterosso Almo mi ha catturato per le sue parole, sbiadite sulla pietra ma non nello spirito e ora mi sembra il modo migliore per augurare a voi tutti

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Caccia all’intruso: terza eliminazione

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Il lago appare dall’alto della strada e sembra niente più che un piccolo bacino artificiale dalla forma allungata e irregolare, come il braccio di un fiume, ma, passate poche curve, eccolo che riappare adagiato in una larga conca e ancora dopo e dopo ancora altre nuove forme contengono le acque del fiume.

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Il lago di Santa Rosalia è un lago artificiale formatosi dalla costruzione dell’omonima diga sul fiume Irminio ed è uno dei più ampi della Sicilia. Circondato da colline boscose ha sponde frastagliate e piccole numerose insenature. Il luogo è frequentato dai pescatori, (che vi trovano carpe di dimensioni imbarazzanti…) evidentemente solo nel fine settimana perché la stradina che ne costeggia le rive è deserta. La pace regna sovrana e mentre flora e fauna condividono la quiete con fioriture delicate, garrire d’uccelli e fruscii tra l’erba la presenza dell’uomo è ridotta ai resti delle abitazioni di un tempo, semi sommerse dall’acqua.

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La mia immaginazione emiliano romagnola lo immagina con canoe che si spostano leggere e biciclette a noleggio lungo il percorso ma il sole primaverile a dispetto del calendario, il silenzio, i profumi e le piccole increspature sulla superficie dell’acqua lo rendono un piccolo paradiso privato e, con una buona dose di egoismo, penso che la cosa migliore sia goderselo alla “siciliana”…

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Lasciandovi liberi di immaginarlo come lo preferite…resta comunque il fatto che siamo in Sicilia e l’intruso è ancora a…piede libero fino alla prossima settimana.

    

 

Caccia all’intruso: seconda eliminazione.

Ed eccomi qui ad aprire la seconda finestrella di questo “calendario dell’avvento settimanale”

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Questa volta le foto svelate sono due, accumunate dalla vicinanza chilometrica, entrambe ai lati della stessa strada, a qualche curva di distanza l’una dall’altra.

La strada in questione collega Monterosso Almo con Buccheri, due piccoli borghi non troppo distanti da Ragusa anche se appartenenti a due diverse province e si snoda in un paesaggio sorprendente, che poco o nulla ha di siculo.

 

IMG_4795Siamo sui Monti Iblei, e ci inoltriamo tra i boschi e i prati di Monte Lauro, vulcano ormai spento, spuntato dal mare in un passato lontanissimo. Della sua antica origine marina resta poco e niente, ora ci sono boschi di conifere e pascoli verdissimi, pinete e vento che fa suonare gigantesche pale eoliche riempiendo l’aria con vibrazioni potenti e profonde.

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Se abbiamo lasciato la spiaggia  in maniche di camicia qua dobbiamo correre ai ripari e chiudere la giacca a vento e calcare bene la cuffia sulle orecchie. Nulla ricorda il clima mediterraneo e quando all’improvviso appare il gigantesco complesso di antenne paraboliche il salto nel tempo e nello spazio sembra realtà. Si tratta non di una fantasiosa stazione extraterrestre ma della stazione RAI più a sud d’Italia, nata nel febbraio del 1957, e gestita, allora, da personale che  veniva rigorosamente dal “nodde”.

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Adesso di misterioso resta solo il suggestivo impatto visivo, il volo dei rapaci che vi girano intorno e la forte somiglianza con… altrove…che ha probabilmente indotto in errore molti di voi. 

Così non vi resta che provare di nuovo tra le tre rimaste e attendere la prossima località svelata.

 

Caccia all’intruso: prima eliminazione

Tra le tradizioni natalizie la mia preferita, da bambina,  era il calendario dell’avvento. Al tempo era un semplice cartoncino con disegni a tema, un po’ di lustrini e, cosa più importante di tutte, venticinque finestrelle rigorosamente chiuse: una per ogni giorno che mancava al Natale. Appeso in cucina non prometteva niente altro che la gioia di un gesto ogni mattina e l’apparizione di un disegno sconosciuto dietro gli scuri di cartone. Poca roba a dire il vero ma il gusto della sorpresa non aveva bisogno d’altro. 
È pensando a questo e cercando di ricreare un pochino di quella magica aspettativa che ho deciso di non svelarvi l’intruso tra le immagini dello scorso post ma di “aprire” una foto ogni settimana fino al verdetto finale…

E cominciamo con la più gettonata, quella che molti di voi hanno indicato come estranea.

La scultura, posta al centro della piazza esagonale di Granmichele è in realtà parte di un gigantesco orologio solare orizzontale, probabilmente uno dei più grandi al mondo. L’uomo inginocchiato rappresenta il tempo e regge un’asta gnomonica.
La storia sembra una favola, a cominciare dai nomi.
La vicenda comincia nel piccolo borgo di Occhiolà (di cui rimangono pochi resti) dove un giorno funesto la terra tremò e tremò e tremò lasciando, infine, solo rovine. Poco lontano dal devastato borgo si estendeva il feudo del principe Carafa.

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Statua dedicata al Principe Carafa

Era l’11 gennaio del 1693 e il nobil uomo, avuto notizia del terremoto, inviò viveri e quanto era in suo potere per aiutare i suoi amministrati, ma non solo, decise anche di donare loro il suo feudo, dove il 18 aprile dello stesso anno pose la prima pietra della nuova città. Nella piazza del nuovo insediamento fece costruire una grande meridiana, pensando all’appena nata Granmichele come alla “città del sole”.
Questa scultura, costruita proprio sopra l’antica meridiana (rimossa nell’ottocento), rende ancor oggi onore al sole e ricorda la nascita di questa cittadina, decisamente… sicula.

Il che riporta al nostro gioco: chi avesse scommesso su Granmichele dovrà cambiare idea e scegliere tra le rimanenti cinque immagini, una delle quali svelerà i suoi segreti, ma solo… “aprendo una finestrella”,  la prossima settimana.

 

 

Sorpresa

Amo i misteri. Adoro le sorprese.
Da bambina Nancy Drew era la mia eroina (le femminucce della mia età ricorderanno la protagonista dei “Gialli per Ragazzi”) e i cancelli chiusi hanno sempre fatto volare la mia fantasia.
Ebbene, una delle prime cose che ho apprezzato di questa terra è stata proprio la sua capacità di sorprendere, il suo nascondersi e svelarsi diversa e unica dietro ogni curva, oltre ogni collina.
Qui poche decine di chilometri nell’entroterra diventano un vero viaggio nel tempo e nello spazio, tanto da domandarsi se si è sul serio dove si sa d’essere.
Così, per giocare un po’ con voi vi lascio con queste immagini. Una sola non appartiene alla Sicilia, ma quale?
Provate ad indovinare, ma non abbiate fretta: come nei migliori gialli il mistero sarà svelato nella prossima “puntata”.

Numeri

88

primavere disegnate come ricami sulla pelle. Nel silenzio che la contraddistingue la Nonna (che così tutti la chiamano) impasta e tira la sfoglia. La memoria, con gli anni, può scivolare, beffarda, in luoghi sconosciuti ma le mani non dimenticano mai e si muovono guidate da una musica interiore che il tempo non osa spegnere. Ravioli e cavati si accumulano sul tagliere e mi cimento anch’io sotto il suo vigile controllo, cercando di imitarla, mentre dispensa istruzioni con la precisione e l’essenzialità di chi da sempre, sa fare…

30

anni con un filo in mano e il naso all’aria, inseguendo (questa volta è letterale) aquiloni. Di solito in trasferta con la moglie, a Marina è venuto solo e ci racconta un po’ di sé, mentre passa indaffarato da un aquilone all’altro. Non gli abbiamo chiesto il nome ma la “traduzione” di quello del suo gruppo di aquilonisti e prima ancora di averlo svelato, dal suo accento è chiaro che si tratta di dialetto romagnolo.
Si chiamano “Chi Met Di Bacalà” (quei matti del “baccalà”) perchè in dialetto il baccalà è l’aquilone e come il baccalà è un pesce semplice e senza pretese, così senza pretese sembravano ai vecchi del paese quei ragazzetti che correvano dietro a un rombo di carta e di spago…

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gradini che uniscono la parte antica di Caltagirone alla nuova città. Una scalinata a cui le foto non rendono giustizia, ripida e imponente, da salire lentamente perchè in ogni alzata del gradino c’è una distesa di piccole piastrelle di maiolica da guardare. Tutte diverse, colorate, multietniche nel loro rifarsi allo stile arabo e normanno e spagnolo e barocco…
Fermarsi ad osservarle è un’ottima scusa per riprendere fiato, girarsi e godersi dall’alto il panorama di una Sicilia che profuma ancora d’estate…

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chilometri che separano la mia attuale residenza dal luogo in cui sono nata,
che separano le mani che trasformano farina e acqua in tortellini e in cavati,
argilla e fuoco in piastrelle colorate a Faenza e a Caltagirone,
spago e vento in sogni volanti nel cielo di Ragusa e di Ravenna.
1267 chilometri che le mani ignorano perchè le mani hanno memoria ma non hanno distanza.
Le mani non conoscono numeri e non hanno nazionalità.
Le mani creano e assemblano da sempre.
Le mani inventano e riparano dovunque .
E se gli aquiloni ricordano agli uomini, scrivendo sulle colorate ali, che c’è

un solo cielo…in un solo mondo

le mani l’hanno sempre saputo.

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Disturbo?

 

Compleanno di un amico.
Casa di campagna.
Sotto il portico le tovaglie si stendono su tavoli di diversa altezza e fattura e attorno si assiepano le seggiole, le poltroncine, gli sgabelli improvvisati perché il numero degli “amici-conoscenti-persone di passaggio” non è mai certo e men che meno definito. Ma questo non è così ovvio per chi viene dal continente e Michela, fresca fresca da Bologna, con i modi garbati che la contraddistinguono si scusa timidamente:
-Siete sicuri che non disturbiamo?
Due le reazioni: sincero sconcerto e spontanee risate. Perché l’associazione tra il cucinare, mangiare, bere insieme e il disturbo, da queste parti è davvero un’associazione indebita.
Michela e Marco l’hanno capito in un istante e noi abbiamo trascorso in loro compagnia una piacevolissima settimana.

Chi, invece, avrebbe avuto ben diversa risposta al quesito in questione è il maltempo di questi giorni, che è giunto proprio a sproposito all’apertura del primo festival degli aquiloni qui a Marina.

L’aquilone è sicuramente ciò che, sulla terraferma, ricorda di più l’andare a vela.
Tenere tra le mani i suoi fili è come toccare con le dita il vento e le picchiate, le risalite, le virate sono sfide lanciate nel cielo.
Il vento, amico e nemico, è, come in mare, ciò che permette di muoversi e anche ciò che lo impedisce.
Volare diventa un gioco sottile e affascinante tra l’uomo e il vento, fatto di compromessi, di relazioni, di strategie e di sorprese.
E, a sorpresa, fortunatamente, oggi il maltempo si è dissolto sotto i raggi del sole.
Così il cielo ha potuto riempirsi di colori, di movimenti leggeri, di suoni fruscianti per il piacere di tutti: di chi guarda e di chi

“…può salire su
dove tutto è blu
…dello spazio padron
col suo bell’aquilon”
(Colonna sonora di Mary Poppins)

Benvenuto autunno!

Le mete turistiche hanno un loro personale calendario, un avvicendarsi stagionale che nulla ha da spartire con equinozi o solstizi. Se per chi è di passaggio è l’estate astronomica la stagione conviviale per eccellenza con serate che si allungano a sfiorare l’alba, musica e locali aperti ad oltranza, per chi vive a Marina l’estate comincia ad ottobre.

Qui, dopo il consueto pirotecnico “Addio all’estate” di fine settembre si apre una stagione del tutto nuova.
I fortunati turisti che si possono permettere il fuori stagione e i mazzariddari autoctoni si godono la spiaggia libera e pulita e il mare caldo come mai prima.
Le giornate si accorciano ma con pudore e i tramonti hanno tinte di fuoco.
Sul lungomare il passeggio è modesto: c’è tutto il tempo di lasciarsi inebriare dal profumo dei gelsomini e abbagliare dalle fiammate rosse dell’ibisco.
I ristoratori, i commercianti, gli albergatori abbandonano la fretta e ritrovano il tempo delle coccole a chi non più cliente, torna amico.
Il parcheggio è sempre libero, un tavolino di fronte al mare sempre disponibile e all’imbrunire i passeri non devono più competere con gli altoparlanti e riempiono l’aria di canti.
L’epoca del troppo (troppa gente, troppo caldo, troppa confusione…) è finita e le occasioni “mondane” che rifuggono la frenesia si moltiplicano: arrustute in compagnia,

chiacchiere con i vecchi amici tornati in porto per trascorrervi l’inverno, musica dal vivo, canti più o meno intonati e la raccolta delle olive pronte per essere preparate per l’inverno…
Così, mentre, pur con tutta la calma dovuta alla latitudine, la natura si appresta a prender fiato e a riposare, gli uomini festeggiano il tempo ritrovato nel migliore dei modi: insieme.

Addio estate…benvenuto autunno! 

     

 

I colori del mare

 

Il mare, sempre blu nei disegni dei bambini, è invece un costante mutare di colori, di umori e mai simile a se stesso.
C’è il mare allegro che conosciamo tutti, quello delle cartoline, delle ferie spensierate, attese e rimpiante;
c’è il mare schiumante adrenalina delle competizioni: l’uomo contro l’uomo e l’uomo contro la natura, sfida e avventura;
c’è il mare  autorevole, scuro e profondo che chiede umiltà a chi l’attraversa e quello romantico, tinto del rosso del  tramonto.
E  poi, sconosciuto ai più, c’è anche il mare del lavoro, della fatica, delle reti troppo leggere, delle notti troppo fredde e il mare del buio e della paura che non riesco e non posso immaginare.
Una paura che resta negli occhi, annidata, arrotolata tra i ricordi come un’infida serpe. E non bastano un lavoro e lo scorrere sereno del tempo per dimenticare e vincere. C’è bisogno d’altro.
C’è bisogno di tempo, di forza e di coraggio e c’è bisogno di persone, di persone sincere, di persone vere, di rispetto e di affetto.
Se si trovano, se si ha la fortuna d’incontrarli, allora può darsi che il vento sia uno zefiro delicato, le onde un lieve ondulare e il cielo un benefico calore; allora può darsi che i sorrisi si allarghino, i ricordi svaporino un poco e il mare risplenda dei colori dell’amicizia.

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Ciccio, Silvia, Sulay, Andrea e Luca

Alla via così