Nettare antico

…Mastica e sputa, da una parte il miele, mastica e sputa, dall’altra la cera…

Così cantava De Andrè in una delle mie canzoni preferite. Lui narrava con le note e la sua meravigliosa poesia di alcune anziane contadine nel materano, io, invece, sono davanti alla versione moderna ma altrettanto affascinante di questa magica separazione.

In questo periodo di vita terricola approfittiamo del tempo più che clemente per fare visite rimandate da tempo: Emanuele Agosta è un uomo cordiale, un piccolo vulcano d’idee e un appassionato apicultore. Lo andiamo a trovare nella sua azienda, praticamente introvabile senza indicazioni accurate, immersa in un nulla affollato di verde, fronte mare, che benché  lontano è sempre  presente. In questa piccola oasi, dove l’intervento dell’uomo è ridotto al minimo, si compie il miracolo.

Come per l’olio, per il vino e per chissà quant’altro, da buona cittadina, nata e cresciuta tra le case, mi incanto nell’ammirare la passione e l’ingegno dell’uomo quando collabora con la natura.

In ordine sparso le arnie circondano il capannone dove avviene la lavorazione. Sono mansuete e affaccendate. Vicino alle loro casette è tutto un brusio. L’uomo che le conosce meglio di chiunque altro me ne posa una in mano, solo per un attimo prima che l’infaticabile insettino riprenda il suo andirivieni.

All’interno, una macchina prende il posto delle anziane donne e raschia via la cera dai favi.

Provo ad assaggiarla, ricavandone un minimo residuo di miele e una gomma da masticare, bizzarra ma buonissima. Lì accanto  la centrifuga è pronta ad estrarre l’ambrato zucchero dai telai disopercolati

e il miele, ancora intriso di natura, nel secchio, aspetta di essere filtrato per finire nei vasetti pronti per la vendita.

Sull’etichetta un cielo blu, fiori gialli, un bagolaro dalla chioma frondosa, tipico  e antico, che Emanuele descrive come un gigante buono e, dietro gli immancabili muretti a secco, una masseria. Sul tetto, quasi invisibili, due uomini che mettono tegole, perché, ai primi del 900, Fornace Penna di Punta Pisciotto sfornava mattoni e tegole al ritmo di diecimila pezzi al giorno. Una scelta grafica fatta di cuore e di memorie.

Emanuele spiega, racconta, mostra, invita all’assaggio con una passione difficilmente contenibile. Quando ce ne andiamo siamo più ricchi e sazi di conoscenze. Ci portiamo a casa dei dolci piaceri ma non solo: nella borsa della spesa c’è anche un romanzo sulla Sicilia e sulle sue tradizioni, scritto in un piccolo rettangolo di carta blu incollato su un vasetto di vetro.

Il valore delle cose

L’olivo è da sempre uno dei miei alberi preferiti. Mi piacciono il suo tronco nodoso e contorto e le sue foglie sottili e appuntite. Mi piace la macchia verde della sua chioma che si tinge d’argento ad ogni colpo di vento e mi affascina la sua storia antica. Albero millenario, simbolo di pace, è coltivato da sempre sulle coste di tutti i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, una sorta di segno di riconoscimento di tutti i popoli del Mediterraneo che ne traggono olive e olio per la gioia del palato. 

Ed ecco il punto in questione. È tutto in quel “traggono” che fino a qualche giorno fa era pura accademia. Una semplice parola che istantaneamente collegava mentalmente l’immagine dell’albero con quella dell’oliera sulla tavola. Ma a cambiare le carte in tavola è giunto l’invito di un amico a partecipare alla raccolta e così quel semplice verbo si è trasformato in una serie inaspettata di azioni, dando al tutto ben altro spessore.

Ed ecco, quindi, il nostro “traggono” dipanato in una lunga sequenza.   

Punto primo:  Potare (se non è già stato fatto, come succede nelle aziende “vere”) l’albero dai rami secchi o da quelli troppo alti per potervi lavorare, poi pulire (se non è già stato fatto, come succede nelle aziende “vere”) il terreno sotto l’albero e stendere la rete e… 

Pettinare” i rami per fare cadere le olive e…

Raccogliere la rete e…

Versare le olive nella cassa e spigolare le olive rimaste sul terreno, in comoda posizione genuflessa e…

Versare di nuovo le olive nella cassa e… 

ricominciare con un altro albero e un altro ancora finché, alla fine, si devono portare tutte le casse al frantoio dove inizia un’altra lunga sequenza di fatti. 

Le olive vengono separate dalle foglie,

lavate e frantumate (da cui il nome frantoio) creando una specie di impasto.

Questa pasta d’olive viene poi raffreddata e rimescolata lentamente (il nome tecnico è gramolatura)

Infine il tutto viene centrifugato per ottenere finalmente l’olio che, a quel punto, può essere ancora filtrato per ottenere un prodotto più stabile. 

Ed ecco fatto! La magia è compiuta! 

E di magia davvero si tratta anche se la bacchetta magica non c’entra. Volendo essere sincera devo ammettere che il fascino dell’esperienza è stato direttamente proporzionale alla fatica…e, credetemi, è stato molto, molto affascinante. Il mio più grande rispetto va alla gente che di questo vive. Io non credo ripeterò l’esperienza ma so che ogni volta che guarderò una bottiglia d’olio su uno scaffale o su una tavola imbandita vedrò attraverso la sua verde trasparenza il tempo, la fatica, gli uomini, le macchine, la cura e il rispetto che contiene e saprò quello che vale.    

Il paese col cappello da mago

Leonforte è un piccolo paesino al centro dei Monti Erei, molto vicino ad Enna, uno dei tanti gioielli seminati all’interno della Sicilia. Queste le coordinate reali, ma quelle non meno vere che solleticano l’immaginario ci portano direttamente nel regno di Oz. Dall’alto del belvedere di Villa Branciforti si può vedere la valle accucciata lì sotto e le colline intorno ad abbracciarla, le case vicine le une alle altre che si tengono per mano per non scivolare di sotto e il cielo a portata di mano.

Se, affacciati al muretto del belvedere, vi guardate ben bene intorno, vedrete, tra i tetti, spuntare sulla cima di un campanile un colorato cappello da mago. È ben mimetizzato, ma ad uno sguardo attento non sfugge la sua inconfondibile forma.

Poco lontano, in fondo alla valle, sorge un edificio bizzarro, che altro non è che una fontana monumentale.

La Gran Fonte (o Granfonte), voluta da Placido Branciforti, ovviamente principe (che in una fiaba, insieme al mago non può mancare…) ha 24 cannelle come le ore del giorno. Si narra, inoltre, che il regale, capriccioso come narrazione comanda, si fosse fatto costruire il palazzo che porta il suo nome con 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno.

Utilizzata da sempre dalla popolazione,

la fonte, adesso, è un’attrazione turistica e lo scenario ideale per foto di gruppo, sempre che si trovi qualche volontario disposto a scattarla.

All’ appello manca ancora, però, la protagonista di ogni fiaba che si rispetti: la bella principessa. In questo caso non ha trecce bionde e occhi azzurri ma una polpa zuccherina e succosa.

Si tratta della pesca di Leonforte, che, ignara del suo destino, da metà giugno in poi viene nascosta e protetta da un sacchetto di carta, pesca per pesca, ramo per ramo, fino al giorno del suo risveglio.

Ed è ad ottobre, appunto, il suo momento di gloria.

Durante la sagra della pesca è la regina incontrastata: cassette di frutti appena colti, pesche sciroppate, marmellate e, intorno a lei, a festeggiarla, il paese intero e tanti pellegrini venuti da lontano.

Tra questi anche noi, invitati da un gruppo di fantastici e giovanissimi ragazzi, conosciuti quest’estate a Marina. Fieri scudieri del loro regno, preparati e disponibili, ci hanno incuriosito prima e accompagnato poi per le strade del loro paese e nelle sale del suggestivo museo multimediale, dedicato al pittore leonfortese Liardo. All’entrata del museo, nato e gestito dalle loro giovani ed entusiastiche menti, si legge: ” Un popolo che non ha memoria dei propri artisti, è un popolo che non ha memoria di sé”

Di certo noi ci ricorderemo di questo artista girovago ed eclettico ma soprattutto ci ricorderemo di loro, dell’amore per la terra in cui vivono, del loro impegno, della loro passione e del loro magico paese dove i campanili calzano cappelli da mago.

Dagli Appennini all’ Etna

In questi anni moltissimi amici sono venuti a trovarci, la stragrande maggioranza “volando”. Qualche coraggioso ha sfidato le lunghe distanze che lo separavano dal profondo sud in sella ad una moto e qualche altro ha caricato la propria auto su un traghetto ma mai nessuno ha dato prova di coraggio come Claudio e Laura. Attesi ospiti ormai da anni, credo abbiano subito la pressione dell’imminente cambio di rotta. Decisi, quindi, a non lasciarsi sfuggire l’ ultima occasione di conoscere Cautha hanno snobbato aerei, moto e auto per imbarcarsi in un avventuroso viaggio in…

Ora, da quando queste lunghe tratte sono diventate, per così dire, di pubblico dominio, ho sempre pensato che 18 ore di strada (in andata e altrettante al ritorno) in compagnia di un’umanità sconosciuta fossero, sì abbastanza vicine all’idea di girone dantesco, ma anche, restando in campo letterario, il palcoscenico ideale per la trama di un racconto. Laura non è scrittrice ma architetto e in quanto ad ispirazione è attrezzata nel migliore dei modi. Se, camminando su una spiaggia tra i tronchi abbandonati dalla mareggiata, è riuscita a immaginare oggetti d’arredamento stupendi, (http://keraecodesign.com) magari riuscirà a trovare qualche spunto artistico anche in questo viaggio apparentemente diabolico.

Per noi, a prescindere da tutto, resteranno sempre degli eroi e, anche se il meteo inclemente e il loro soggiorno davvero brevissimo ci hanno impedito di uscire in mare, non possiamo che essere più che lieti e onorati della loro visita.

Benvenuti ragazzi!

Lustri

La mia amica Michela dice che, in psicologia, il lustro è un’unità di misura. Non ho bisogno di approfondire perché, per quanto ci riguarda, la “cinquina d’anni” ha sempre avuto un grande, anche se inconsapevole, peso nella nostra vita. Casualmente le scelte importanti sono sempre ruotate intorno al numero cinque, così come ora che, dopo 5 anni di vita in barca, ci apprestiamo a tornare sulla terra. Già! Siamo arrivati al giro di boa e Cautha da un paio di settimane è in vendita. Stanchi dei piccoli spazi, delle scomodità, nostalgia del rassicurante mattone? Macché! Niente di tutto ciò. Come sempre ci accade il cambiamento non è frutto di una fuga da qualcosa ma desiderio d’altro.

Questi cinque anni sono stati pieni di esperienze fantastiche e privi di rimpianti. Tornassi indietro rifarei esattamente la stessa scelta ma, come dice il consorte, “ non siamo marinai”( ed io senza dubbio meno di lui). Quello che la vita in mare ci poteva dare ce l’ha dato, il molto che resta non fa per noi. Non siamo marinai che anelano l’oceano, né viaggiatori che sognano il giro del mondo. Non siamo vagabondi del mare che amano spostarsi di anno in anno, di porto in porto e, pur sforzandoci in ogni modo, non riusciremmo a non mettere radici. Così per avere le risorse di costruire qualcosa sulla terra dobbiamo abbandonare ciò che ci lega all’acqua.

Resteremo qui, perché al mare non possiamo rinunciare, cominciando una nuova avventura, senza dimenticare nulla di ciò che abbiamo imparato. Grati a Cautha per averci accudito e protetto, per averci portato lontano, per averci fatto divertire, per averci insegnato il rispetto per il mare e la stima per gli uomini che lo solcano. Grati per averci aiutato a scoprire ciò che è essenziale e ciò che non lo è, per gli incontri che ci ha procurato e per la terra che ci ha indotto ad amare. Ora aspettiamo insieme a lei qualcuno con più sale nelle vene che la faccia volare sulle onde ma che le voglia bene almeno quanto noi. E quando sarà il momento le augureremo senza rimpianti ma con immutato e sempiterno affetto: buona fortuna e buon vento! 

Le “Colpe” dei bambini

Il pianoforte è bianco e lucido, elegante e discreto nella sala d’aspetto dell’aeroporto. Non è più una novità. Da qualche tempo l’idea di lasciare uno strumento a disposizione di chi attende il proprio volo è diventata di moda e il cartellone lì accanto sottolinea la bella iniziativa.

L’idea mi piace e spero che qualcuno tra i tanti presenti abbia voglia di condividere la sua passione, perché pare impossibile che tra tutti non ci sia nemmeno un “ pianista”. Così, quando due bambinetti di otto, nove anni si avvicinano mi preparo a godermi con benevolenza qualche semplice brano da amatori alle prime armi.

L’illusione dura poco. I due in totale disaccordo e in netta competizione si gettano sui tasti, pigiandoli a casaccio a piene mani, un dito alla volta o con improbabili e cacofoniche scale. Tempo qualche secondo e il fastidio sonoro è insopportabile. Gli spettatori si agitano sulle seggiole, più di uno sguardo cerca gli adulti a cui appartengono i sacrileghi senza risultato. Un omone grande e grosso con sembianze da vichingo e una cuffia sulle orecchie, evidentemente non sufficiente, lancia occhiate come dardi. I bimbetti vanno e vengono dal pianoforte intervallando momenti di impagabile silenzio ad attimi di devastante rumore.

Approfittando di un attimo d’assenza un distinto signore si avvicina al piano, sembra mosso da urgenza, come fosse costretto. Posa il suo corposo libro lì accanto e comincia a suonare. Note e melodia escono dal bianco strumento. I volti si distendono. Una signora posa il libro che stava leggendo e si gode sorridendo la performance… Troppo breve! Pochi minuti e il pianista se ne va. La speranza sottintesa dell’intera sala d’aspetto è che gli infanti abbiano capito la differenza ma, ahimè, tutto ricomincia come prima.

Mi ritrovo a sperare che l’omone perda la pazienza, della quale non sembra così ricco e agisca con l’autorità che il suo fisico possente gli concede. E invece è un distinto signore di una certa età che prova un’ estrema contromossa. In uno degli attimi di silenzio si alza e cala il coperchio sui tasti. Al mio sguardo di ammirata riconoscenza per quella che penso sia un’ abile mossa risponde con un sussurrato ma non per questo meno valido: “E che c…”

Pochi istanti dopo, ignaro dell’avvenuto, uno dei bimbetti si lancia all’attacco ma si blocca di fronte all’ostacolo inatteso e corre dal padre a chiedere spiegazioni. Ci siamo, mi dico. L’adulto, finalmente consapevole, gli spiegherà il rispetto degli spazi pubblici, la bellezza della musica, la differenza tra un gioco e uno strumento… e invece…Il babbo si avvicina e, gongolando per il ruolo d’eroe che sta ricoprendo, risolleva il coperchio consegnando ai pargoli il balocco rubato.

La signora, che ha smesso di sorridere da un pezzo, si tuffa nel suo libro staccando i contatti dalla realtà, noi e il distinto signore dalla colorita imprecazione ci alziamo e cerchiamo un posto il più lontano possibile. L’omone se ne era già andato…

E mi dispiace di aver sperato in una sua decisa reazione…” I bambini vengono educati da quello che gli adulti sono…” diceva Jung. Me ne ero dimenticata: non è mai colpa loro!

Matrioska

La “Chiave Suprema” è il titolo di un libro che sfiora la leggenda, imputato com’è d’aver portato alla fortuna e al successo uomini d’affari, pensatori e politici di fama mondiale.

Si tratta di una serie di lezioni settimanali e una delle prime recita:

Desidero che prendiate un oggetto e percorriate a ritroso la strada della sua origine per vedere in cosa esso consiste realmente (…) sono in pochi a sapere che le cose che vedono rappresentano solo gli effetti e a comprendere le cause che hanno permesso a tali effetti di essere portati sul piano dell’esistenza … 

Ora, senza approfondire se questo o altri suggerimenti mantengano ciò che promettono, è comunque indubbio che, ad uno sguardo attento e curioso, il nostro mondo non sia altro che una meravigliosa e infinita matrioska. Certo non è comune, mentre si ascolta una chitarra, per esempio, pensare alle mani che l’hanno modellata, al metallo che fornisce le corde, al legno, agli alberi da cui deriva e via via fino alla estreme conseguenze che ci portano a quell’uomo che per primo ha pizzicato le corde tese da un’estremità all’altra di un arco.

Succede, però, che le persone che vivono di passione conoscano ciò che amano fare ben al di sotto della superficie e incontrarle significa percorrere con loro una nuova e, fino a quel momento sconosciuta, strada a ritroso.

In questo modo molti cari amici, nel tempo, hanno trasformato la nostra percezione del vino da una semplice bevanda ad un universo. Tra loro Federico, gestore e proprietario dell’enoteca “Giro di Vite”  e Silvia, approdati dall’Emilia in Sicilia in vacanza enogastronomica. Durante questi giorni abbiamo avuto il privilegio di essere accompagnati dalle loro parole nei micro mondi che partono da un bicchiere, attraversano persone e azioni fino a giungere alla pianta, al frutto, al sole che lo colora e ancora più giù, alle radici che affondano in una particella di terra diversa da ogni altra.

Foto tratta dal sito “Cantina Ferracane”

É uno splendido viaggio e siamo sempre grati di tutte le occasioni che la vita ci offre di imparare e di scoprire perché…

quando il pensiero viene allenato a guardare al di sotto della superficie, tutto assume un aspetto diverso … 

Grazie, quindi, ragazzi e benvenuti nel registro degli ospiti.

A B C

Foto tratta da Internet

La vocina incespica sulle sillabe, le ripete lontane ed estranee, finchè, finalmente, con un unico soffio di fiato riesce a metterle una accanto all’altra e, quasi incredula, pronuncia “albero”. A quel punto lo sguardo si sposta dalla pagina e cerca conferma da chi ascolta, conferma della vittoria, della conquista, del sogno raggiunto, della promessa mantenuta. “So leggere!” dicono quegli occhi e chiunque abbia avuto il privilegio di guardarli sa che contengono tanta meraviglia quanta gioia. 

Insegnare a leggere e a scrivere è un viaggio meraviglioso, la cosa che ricordo con più gratitudine e orgoglio dei miei anni d’insegnamento. È come traghettare qualcuno da una sponda all’altra di un fiume, da un mondo fatto di segni senza senso ad un mondo dove quei segni diventano forme, suoni, oggetti, sentimenti e molto altro: tutto ciò a cui si può pensare. Da quel momento in poi nessuno sarà più lo stesso perché avrà le chiavi di un mondo nuovo.

Ecco, qualcosa del genere succede tutte le volte che si ha la possibilità di insegnare qualcosa di davvero diverso a qualcuno che non lo conosce. A noi accade tutte le volte che facciamo su Cautha un “battesimo” della vela perché chi porta una barca per la prima volta varca la soglia di un mondo sconosciuto. Dovrà dimenticare destra e sinistra, avanti e indietro perché è il vento che comanda e gli consentirà soltanto d’ avvicinarsi o di allontanarsi da lui. Dovrà imparare ad ascoltarlo, ad assecondarlo o a sfidarlo, solo quel tanto che gli sarà permesso. Dovrà accordare il ritmo del suo corpo al lento sussulto delle onde, dovrà abituare gli occhi a distinguere linee e colori della costa e le mani a trattare con dolcezza il timone, aspettando l’effetto che i lievi movimenti faranno sullo scafo, dovrà imparare a fidarsi del suo “equipaggio” e ad essere affidabile e dovrà cazzare e lascare cime guidando le vele nel loro sbattere, gonfiarsi, vibrare portando la barca sdraiata e agguerrita o placida e serena sul mare. E quando tutto sarà finito non sarà più lo stesso. Non sarà diventato un velista, certo, ma avrà le chiavi di un mondo nuovo e noi il privilegio di avergliele offerte. 

Ferie in famiglia

Nel mazzo delle famiglie tradizionali, a volte, le ferie d’agosto sono tutte uno scompigliar di carte: la nonna in montagna, al fresco, i genitori in viaggio e i figlioli, che non ne vogliono sapere, con gli amici al mare, che altrimenti a settembre non c’è nulla di speciale da ricordare.

Per noi, le cui carte sono invece normalmente scompigliate, l’estate è un’ occasione per riunire il mazzo e quest’anno è riuscito particolarmente bene, con la banda bolo-sicula riunita praticamene al completo.

Così, in quelle che sono diventate  due classiche settimane di ferie abbiamo fatto quello che di solito si fa in ferie: una piccola crociera in flottiglia con l’ormeggio in rada, silenzioso e stellato,

un asporto azzardato dal ristorante alle barche col gommoncino carico di pesce, un battesimo sub per la piccola del gruppo che per la prima volta guarda le onde da sotto in su.

Poi, cene in compagnia, trasporti improbabili,

granite a colazione, che quelli del nord poi non le trovano più, serate “mondane” per i più giovani ed escursioni nei dintorni.

Dintorni che, come ormai ho già da tempo capito, continuano a riservare sorprese. Questa volta la nuova “scoperta” riguarda punta Cirica (o Ciriga). Poco distante da Pozzallo, decantata come una delle più belle spiagge della Sicilia è a circa un’ora di strada  da Marina. Ci si accede da un villaggetto di case abbandonate all’ombra di un grande albero, tra agavi e canneti. Da lì, un breve sentiero porta in cima alla scogliera. La vista spazia sul mare aperto ma sotto ai piedi rocce di tufo bianco vegliano su una serie di piccole calette con  l’acqua cristallina.

Scogli frangiflutti le isolano dal mare aperto, grotte scavate nella roccia da attraversare  carponi le uniscono le une alle altre come un labirinto di piscine naturali in cui abbandonarsi. L’acqua è calda e calma, riparata delle onde del mare a cui appartiene.

Gli ombrelloni ed i turisti non ne intaccano la bellezza selvatica e sincera. È un piccolo angolo di  paradiso.

E benché i paradisi in agosto siano meno paradisi che in tutto il resto dell’anno, questo, invece, sfugge alla norma. E non a causa del suo essere ma di un valore aggiunto che non lo riguarda: perché questa volta ne abbiamo varcato la soglia con la migliore compagnia possibile.

Alta stagione

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La percezione del tempo è una cosa squisitamente personale. Ci sono periodi spessi e intensi che restano addosso come indumenti bagnati, pregni a volte di gioia, a volte di dolore e periodi che volano leggeri, scivolosi, sfuggenti  e scorrono rapidi come l’acqua di un fiume. 

Seduta nel pozzetto della barca, davanti al monitor del computer, guardo incredula la data che appare nel mio ultimo post. Non può essere passato così tanto tempo…

La mezzanotte è suonata già da un po’. I grilli cercano disperatamente di contrastare la cacofonia assordante che proviene dai bar del porto, che sono tutte luci, via vai di passanti e musica, se così si può chiamare, sparata sempre più forte in una gara di decibel dove ognuno cerca d’averla vinta. La stagione è decisamente nel suo pieno ma io quasi non me ne sono accorta. Distratta da altro, quando ho alzato gli occhi l’ho trovata già qui. La spiaggia e la scogliera piene di ombrelloni sono già diventate  affollati luoghi da evitare, tutti i ragazzi che cercavano un lavoro stagionale l’hanno trovato e lavano piatti, portano caffè, distribuiscono arancini con il sorriso stampigliato sul volto, sull’ autobus che collega Marina con Ragusa, quando le ore si fanno piccole, si ammassano i ragazzini diretti alle discoteche e mentre il porto si  svuota, le lavanderie lavorano alla grande e le macchine automatiche piegano e “incartano” lenzuoli, asciugamani e tovaglioli spandendo intorno un intenso profumo di bucato. È luglio e  a luglio questo succede. Un luglio caldo e soleggiato per la gioia di chi ne gode e  di chi di questo vive. 

Intanto, da uno dei bar del porto si alza un coro di buon compleanno, mentre la musica si zittisce come per miracolo. Adesso è tutto un cri-cri di grilli e un vociare lontano. Nel pozzetto sono rimasta sola, il consorte è già sceso sotto coperta. Alzo gli occhi nell’angolo destro del monitor…sono le due passate…!  

La percezione del tempo è una cosa squisitamente personale…

Pietre e fiori

Scatoloni pieni di petali, caraffe di corteccia colorata, fiori, sassi, gesso e colla. Uomini  donne e bambini sono chinati a disegnar per terra come si faceva con la “luna” di infantile memoria.

C’è un piacevole vento che spazza via il caldo torrido di quest’estate scoppiata tutt’a un tratto: apprezzato dai più, è decisamente malvisto da chi, carponi, cerca di tenere al suolo il materiale leggero con cui lavora.

Siamo a Taormina, in quel magico dedalo di stradine e scale aggrovigliate ai piedi del vulcano, sospese sopra al mare e siamo circondati da uno scenario fiorito.

La mia ignoranza su questioni religiose mi porta a chiedere lumi e scopro che il motivo di tanta festa è la celebrazione del Corpus Domini. Una tradizione antica che il passante interpellato, di un’età facile ai rimpianti, trova peggiorata nel tempo. Mi racconta che, una volta, i muri delle case non si vedevano tante erano le coperte bianche, ricamate a mano, stese dalle finestre e dai balconi.

Non stento a crederlo ma a me, quelle che sventolano ora, sembrano già molte e bellissime, come splendide sono le infiorate per le strade e gli altari che spuntano dietro ogni angolo.

Tra poco ci sarebbe la processione ma non possiamo aspettare perché il vero motivo per cui siamo qui è molto meno spirituale. Oggi a Taormina suonano i Jethro Tull e si esibiscono al teatro antico, un luogo di una bellezza commovente. Vedere il palcoscenico attrezzato incorniciato da quelle stesse colonne che hanno visto recitare attori con la toga è un pensiero che scava in un tempo così lontano da risultare quasi inconcepibile. Pareti e archi e pietre che da più di 2000 anni, sotto lo sguardo vigile dell’Etna, accolgono uomini che emozionano altri uomini…suonare qui deve essere un’esperienza unica.

E lo è. Non so per gli artisti ma per noi senz’altro perché la musica e lo spettacolo sono all’altezza del luogo e delle suggestioni.

Quando le note dell’ultimo “bis” svaniscono, la fiumana umana si riversa ordinatamente nella cittadina, ripopolandola un poco, prima della notte. Presto scenderà il silenzio sui fiori posati per strada, sulle coperte appese, sugli altari improvvisati.

Anche il teatro, tra poco, tornerà buio e quieto, ma tra le sue pietre nasconderà un altro prezioso ricordo da custodire.

Questione di sogni

L’altro giorno, per puro caso, mentre ero intenta a faccende che, se la barca fosse una casa si direbbero domestiche, ho sentito, senza vederne le immagini, la pubblicità di un’auto. C’era una voce fuori campo che ricordava ad una persona presumibilmente adulta che delusione sarebbe stata per il suo “io adolescente”  vedere come sarebbe diventato da grande…delusione per tutto, tranne, ovviamente, per l’auto, l’unico sogno, a quanto pare, che il fortunato guidatore era riuscito a raggiungere nella sua vita.

Un pensiero agghiacciante!

Eppure, per vendere un prodotto, gente che di mestiere convince altra gente, dà per scontato che la vita porti ognuno di noi lontano anni luce da ciò che era, da ciò che amava fare, persino da ciò che amava mangiare…e forse è così. Forse è la verità della statistica, dei  grandi numeri, della maggioranza.

Ma per fortuna la realtà, a volte, va in direzione ostinata e contraria (cit. De Andrè) e non tutti dimenticano se stessi nelle pieghe del tempo.

La coppia di sconosciuti che qualche sera fa ballava tra i tavoli di una drogheria non ha dimenticato ciò che era e non l’hanno fatto i commensali, seduti ai tavoli, che tenevano il ritmo al suono di vecchi vinili suonando bicchieri e coperchi e nessuno dei presenti che cantava e si divertiva come faceva da ragazzino.

Festa in valigia a Delicatessen

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sanno emozionarsi e ridere e parlare con gli sconosciuti, quelli che amano il loro lavoro, anche se non è quello che pensavano di fare a dieci anni, quelli che cercano sempre qualcosa da imparare anche se sono “arrivati”, quelli che con gli amici di un tempo ci stanno bene come un tempo anche se non si vedono quasi mai. 

Marco e Natalia in visita.

Non hanno dimenticato se stessi quelli che sono rimasti curiosi come bambini, quelli che non si accontentano della prima risposta, quelli che vogliono capire, quelli che fanno progetti soffiando sulla torta di compleanno. E poco importa se le candeline sono venti, sessanta o ottantanove perché, in fondo, è molto semplice. 

Non c’è un’età dei sogni, ma solo sognatori. 

E i sognatori sognano da sempre e non riusciranno a smettere mai,  perché i sogni non hanno fine

e i sognatori non hanno età. 

Metronomi

tic tac 

tic toc tac

toc toc tic

I metronomi, colorati e in fila, oscillano implacabili. Segnano tutti lo stesso tempo, ma sono partiti in momenti diversi sicché, coerenti con se stessi ma dissonanti gli uni dagli altri creano un ritmo che ritmo non è. Carlo Ventura (il papà teorico del nostro approccio alla salute) parla di musica, di cellule, di vibrazioni, di consapevolezza, di società e, naturalmente dell’esperimento coi metronomi .https://youtu.be/UMqDkqisK-Q

Così, mentre questi  continuano imperterriti a tenere ognuno il proprio tempo, io penso che questa confusa e disordinata cacofonia non è ciò per cui sono stati creati.

È questione di un attimo e poi un’ assonanza di pensieri giunge inaspettata.

Mozart, che alla precisione dei metronomi aggiungeva un genio fuori dal comune, ci sembra nato per essere ciò che stato, ma quanto hanno pesato l’autorità e la “tirannia” di suo padre per il talento che ha regalato al mondo? Senza di esse  il giovane Amedeo avrebbe trovato ugualmente la sua strada? E sarebbe stata quella? E se avesse fatto altro, il mondo sarebbe stato privato del suo incanto ma lui sarebbe stato più o meno felice? 

E il dirigente d’azienda che sognava di fare l’allenatore di calcio ha trovato la sua strada o l’ha persa?

E, più semplicemente, noi riconosciamo davvero ciò che sappiamo fare meglio? Ascoltiamo i nostri talenti o li temiamo? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada o dobbiamo incamminarci  in direzioni sempre nuove per trovarla? E quante strade abbiamo? Una, quella con la s maiuscola, o tante?

Beh, forse non sono dilemmi così comuni ma certo sono domande che qualunque educatore si è fatto ed io, anche se ora sono lontana dai banchi, continuo a farmi domande e ancora a non trovare risposte certe.

Ma i metronomi non hanno dubbi sul quale sia il loro scopo.La piattaforma elastica su cui sono posati li ha in qualche misterioso e meraviglioso modo portati ad oscillare ad un ritmo che non avevano prima, così qualcuno ha rallentato, qualcun altro accelerato e adesso “guardano” all’unisono a destra e a sinistra, suonando come uno strumento perfettamente accordato… sviluppando delle armoniche che da soli non avrebbero mai avuto…

tic tac

tic tac

tictactictac

Quelli che…

Ci sono quelli che, camminando fianco a fianco al mare sferzato dal vento, non hanno nulla per proteggersi se non un profondo e rancoroso disappunto… e quelli che non hanno occhi che per il bianco e potente fascino delle onde vaporizzate nel cielo.

Lungomare Marina di Ragusa

Quelli che, con la valigia preparata per un giorno di sole,  reagiscono ad un cielo grigio con invettive e lagnose lamentele…e quelli che scoprono sotto le nuvole percorsi alternativi e luoghi nascosti.

S. Vincenzo Ferreri

Quelli che in un’aiuola incolta vedono terra e gramigna…e quelli che vi scorgono una rossa e allegra invasione di papaveri.

Quelli così presi dalle loro aspettative che non riescono a vedere altro che ciò che manca …e quelli così presi dalla vita che non possono che vedere tutto ciò che c’è.

Musicanti a Ragusa Ibla

Quelli con i quali la condivisione di luoghi, momenti, amici è solo un mero esercizio di cortesia…e quelli con i quali diventa non solo un piacere ma anche motivo d’orgoglio e di riscoperta, quasi fosse di nuovo la prima volta.

Piazza Hodierna

Ci sono quelli  come tanti…e quelli come Giorgia, Paola e Pietro.

Benvenuti di cuore ragazzi nel nostro registro degli ospiti!

Strade

“How many roads” cantava Bob Dylan, “On the road” scriveva Jack Kerouac. E poi…andare per la propria strada, essere sulla buona strada, essere in mezzo ad una strada, farsi strada, incontrarsi a metà strada…e ancora…cibo da strada, arte di strada…

Insomma, i modi di dire, i riferimenti culturali, i richiami alla strada non mancano e tante sono le strade e i modi di percorrerle.

Ci sono strade costiere che separano l’audacia del mare dalla rassegnazione della terra

Riserva del fiume Irminio

e strade che inseguono fiumi,

li attraversano,

si perdono, riappaiono.

Pantalica

Ci sono strade nate dalla disattenzione degli alberi che lasciano loro il posto, tra un dispiegarsi di sassi e terra,

Pineta di Chiaramonte

e strade che l’uomo ha creato per unire o dividere,

segnare o cancellare confini,

Donna Lucata

Ci sono strade ritrovate che si fanno beffe del tempo e portano dirette in un lontano passato

Noto Antica

e poi ci sono loro…

strade dove ancora strade non ci sono,

strade che sono sentieri da tracciare,

cammini da inventare…

Strade che si vedono col cuore prima che con gli occhi, nuove e libere sulle quali non si può fare fare a meno di lasciare semplicemente


un’impalpabile e leggera traccia

Dune di Sampieri

Sogni

Come di consueto sono i piccoli gesti che introducono grandi eventi. Sicchè è dal divieto di parcheggiare auto e moto all’interno del porto e dalle panchine spostate ai lati della strada che si è annunciata la regata di Laser a Marina di Ragusa. Per i non addetti ai lavori il Laser è una piccola barca a vela, utilizzata dalle regate amatoriali fino alle competizioni olimpiche e a Marina si è svolta la seconda tappa dell’Italia Cup Laser.

Tutte le manifestazioni sportive mi hanno sempre affascinato ma quelle che hanno la natura come scenario e primo avversario ancora di più. In questi giorni di gare il porto è rinato a nuova vita, tutto un brulicare di giovani atleti, un vociare allegro, file infinite di barchini sui carrelli, la strada piacevolmente intasata dai Laser che aspettavano di scendere in mare.

Con l’acqua a mezza gamba lo staff di supporto, tutto africano, brillava d’orgoglio mal celato, mentre aiutava la discesa in acqua e riponeva i carrelli in matematico ordine. 

Dalla piazza sopra il porto scendeva il brusio  dei commenti dei crocchi di passanti, tutti fermi col telefonino in mano a scattare foto da postare agli amici. E poi, dopo il via, lo spettacolo si è spostato in mezzo al mare, calmo e amichevole per l’occasione, regalando agli occhi dei passanti un piccolo turbine di vele bianche. Un’atmosfera davvero di festa!

E in mezzo a tutto ciò, mi si è insinuato un pensiero estraneo, un articolo letto da poco su Internazionale sul cosiddetto “dream gap” il divario che separa le bambine, a partire dai 5 anni, dal loro pieno potenziale. Un po’ come dire, secondo gli studi citati, che ,fin da piccolissima, una bambina pensa di non poter ottenere grandi traguardi nella vita. È una ben triste affermazione ma ciò che ho visto qui  è stato spirito di collaborazione, una mano che aiuta l’altra nello spostare le cose, nell’infilarsi la muta…e poi la grinta e la determinazione prima della partenza e sana e rispettosa competitività che sfuma in amicizia quando è tutto finito. E l’ho visto sui volti dei giovani atleti, tanti ragazzi e, ebbene sì, tante ragazze, uniti nello spirito, nella passione e nelle aspirazioni.

E questa volta, più del solito, mi è sembrato bellissimo.

Volta la carta

Prima di essere una bellissima canzone di De Andrè “Volta la carta” è una filastrocca popolare che accosta verso dopo verso concetti molto distanti, uniti tra loro dalla rima e dal lento adagio…volta la carta.

Anche nella vita a volte accade che cose completamente distanti siano unite da gesti, da suoni o da luoghi.

Per esempio tutti accosterebbero un nastro trasportatore al lavoro o tutt’al più ad una visita guidata in qualche azienda del territorio

e invece,

quando il principale dell’azienda è un appassionato musicista può succedere che tra bancali e macchinari si improvvisi un concerto con tanto di maestro di violino, ristorazione (leggi grigliata) e pubblico di ogni età. È un uomo che “volta la carta” ma non solo.

E ancora, tutti accosterebbero ad una semplice bottega o “putia”, come si chiama da queste parti, una spesa salutare  o la cucina del territorio

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foto di Delicatessen da Instagram

e invece

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Roxi dei Born It in abiti tradizionali malesi

può diventare il palcoscenico di una festa, una “Festa in Valigia” che dalla Sicilia sbarca in Malesia , con tanto di musica e cibo tradizionale

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I Born It in concerto

mentre i muri per l’occasione vengono nobilitati a supporti per un’inedita mostra fotografica. 

È una squadra che “volta la carta” ma non solo.

Quello che unisce queste ed altre situazioni simili è l’entusiasmo, la voglia di fare, di condividere, di coinvolgere, una voglia che ho trovato qui, in questa terra, più che altrove ma che, comunque, per sua natura non ha né patria né età.

Quindi, non importa quanti anni avete né dove siete, perché se volete giocare con me non avete altro da fare che continuare…

C’era una fabbrica col cancello aperto,

volta la carta e si vede un concerto

un concerto in una bottega onesta

volta la carta e si vede una festa

una festa…. 

 

 



Nella vecchia fattoria…

Sorpresa mattutina

Icarìa è nata. Dopo un paio di falsi allarmi, qualche mattina fa, accoccolato sulla paglia abbiamo trovato un fagottino di pelo bianco e nero. Un lieto evento per noi di…famiglia perché, benché il papà Icaro (da cui il nome) non ci sia più,  conosciamo molto bene il papà adottivo per averlo trasportato per 70 km sul sedile posteriore di un’ utilitaria dall’allevamento fino a casa…

Passeggero bizzarro…

Sto parlando di capre, tibetane per l’esattezza, il che però non spiega cosa abbiano a che fare questi simpatici animali  con una barca a vela. È difatti opinione comune che l’amore per il mare fugga da tutto ciò che è terrestre e stabile. E invece, sebbene i contesti siano completamente diversi, il respiro della natura ha lo stesso ritmo in acqua e in terra e  vivere rispettandolo,  in una malga, in una fattoria o in una barca non è poi così diverso. Lo testimoniano diversi amici che da navigatori si sono trasformati con ottimi risultati e grande soddisfazione in gente di terra a tutto tondo. E anche noi, sulla nostra rotta abbiamo incrociato una piccola e folcloristica fattoria di un amico, di cui seguiamo le vicende, l’ultima delle quali è appunto la nuova nascita.

inutile specificare che da buona cittadina non avevo mai visto un capretto di poche ore, nè del resto avevo mai raccolto le uova nel pollaio, nè arance, olive o limoni direttamente dall’albero. Insomma il mio contatto con la terra si limitava al mio piccolo giardino e a qualche vasetto di peperoncino e basilico. Sicchè, a ben vedere, questa scelta di vita rischia di portare a galla più che la mia anima da marinaia, quella da contadina…

Decisamente un aspetto imprevisto, lontano anni luce da qualsiasi pronostico precedente alla partenza di 4 anni fa. Ma se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che, per quanta fantasia si possa mettere nell’immaginare il futuro, la vita ne ha sempre di più. Così, non metto limiti al destino e… se arriverò a mungere latte di capra ne sarete prontamente informati…!

Icarìa con la mamma

 

Pantalica

L’impressione è quella di trovarsi in una specie di far west nostrano, circondati da canyon e da vegetazione selvaggia.

Il millenario scorrere del fiume Anapo ha creato queste gole, gli inaccessibili altopiani che le sovrastano e le rive appena accennate del fiume che scorre sotto le ripide pareti.

Luoghi strani e certo non comodi per far nascere insediamenti eppure, molto prima della venuta dei Greci, popolazioni locali sono fuggite dalle coste e dal mare e si sono rifugiate qui, alla ricerca di un’ estrema difesa. Da cosa o da chi non ci è dato sapere per certo ma poco o nulla è rimasto dei loro villaggi.

Invece, per qualche bizzarro disegno più geologico che divino, le loro necropoli sono rimaste intatte attraverso i secoli. Le pareti scoscese sono bucherellate come groviera da una moltitudine di piccole grotte scavate a beneficio dei defunti.

Circa 5000 tombe si aprono nella roccia creando una scenografia che non ha più nulla in comune con cowboy e indiani ma che è di una suggestione unica.

Dichiarato sito Unesco, la necropoli di Pantalica si lascia corteggiare dai visitatori . In queste giornate invernali però il sito è deserto e percorriamo sentieri, affrontiamo guadi

e ci intrufoliamo nelle grotte

in completa sintonia con l’ambiente.

E se i più avventurosi ( e giovani…) tra noi progettano di tornare  con tende e sacchi a pelo per una notte “primitiva” a me è bastato questo breve e diurno tuffo tra  boschi e rocce per immaginare e rivivere quell’emozione profonda e selvaggia che più di duemila anni fa deve aver accompagnato le anime degli antichi scultori di questi luoghi.

Pantalica muore e rivive nella sua culla.
Un alveare di case e tombe sulla montagna.
Dorme nel sogno il trofeo della vita…

(Santi Martorino – Le Muse di Pantalica)

 

 

Visite d’inverno

Il telefono emette il trillo usuale di WhatsApp portandoci le notizie che attendevamo.

“…Qui in hotel ci hanno accolto come Colombo di ritorno dalle Americhe…”

È Alberto che con la sua consueta ironia ci comunica la sua posizione attuale. 
Finalmente, infatti, dopo molte promesse e un tentativo fallito per causa di forza maggiore, quest’anno Alberto e Patrizia sono riusciti a venirci a trovare e lo hanno fatto in compagnia di una nostra vecchia fiamma: la moto.
Accompagnati da un benevolo meteo che ha dispensato generosamente giornate di sole e cielo terso ci hanno raggiunto per trascorrere insieme un po’ di giorni e tutto è andato veramente benissimo finché, proprio con l’ avvicinarsi della loro ripartenza, il novello anno non ha deciso di ricordare a tutti che l’inverno era già cominciato. Niente di drammatico s’intende, la temperatura notturna non è scesa mai sotto i 5 gradi, ma per i locali dal sangue mediterraneo questo è paragonabile alla notte artica.
Sicchè, posso immaginare l’effetto che avranno fatto i nostri due centauri allo sbigottito oste che li ha visti arrivare incuranti della temperatura e delle previsioni minacciose. incerto tra una incommensurabile ammirazione e una altrettanto smisurata commiserazione, avrà comunque optato per fare gli onori del caso ai nostri eroi senza macchia e senza paura.
Onori che, scherzi a parte, si meritano perché va detto che in moto, come in barca, le condizioni meteo sono tutt’altro che ininfluenti e, anche se sono trascorsi diversi lustri, io ho ricordi ancora molto vividi di mani congelate, tute zuppe d’acqua e miraggi stradali di stufette e caminetti.

… Noi qualche lustro fa…


Così, con cognizione di causa e spirito cameratesco, oltre che amichevole, non possiamo che augurarci che il tempo sia clemente e consenta ai nostri amici un confortevole ritorno.

Buon viaggio ragazzi e benvenuti nel registro degli ospiti!

 

 

 



Alla via così