Incontro al bar

Portale del Duomo di San Giorgio, Modica.

Chi ha letto il libro di Silvia ricorderà, nelle prime pagine, la descrizione di un incontro.
Un incontro risalente ad almeno cinque, sei anni fa.
Un incontro in un bar, un luogo comune per un modo comune di fare amicizia.
Quattro chiacchiere tra sconosciuti vicini di pontile, i soliti convenevoli e, tra gli altri, quella bizzarra idea che sarebbe diventata realtà qualche anno dopo.
Forse non per tutti, ma senza dubbio per noi, c’è una specie d’imperativo morale che costringe un’idea raccontata a diventare un progetto.
Così, senza che i nostri futuri amici ne avessero idea, quel nostro condividere:
…vendere casa…vivere in barca…i mobili in un container da qualche parte…
segnava la fine di un pensiero e l’inizio di un impegno.
E quando la decisione è diventata a mano a mano sempre più concreta, è ancora in loro compagnia che abbiamo visionato la nostra prima casa-porto.
I “loro” in questione sono Veruska e Claudio, compagni di vela e di vacanze, che, volenti o nolenti, sono stati i testimoni del nostro sposalizio col mare.
Eppure, benché teoricamente sarebbe parso naturale fossero tra i primi, ancora non erano entrati nel nostro registro degli ospiti.
Finora!
Perché finalmente sono venuti a trovarci.
Così a tre anni e mezzo dalla nostra visita a Trapani siamo ancora insieme in Sicilia.
Come allora accolti dal sole e sorpresi dalla pioggia; come allora affascinati dall’arte barocca e da quella… enogastronomica.
Ma questa volta siamo già qui ad accoglierli ed accompagnarli nella nostra nuova casa, a toccare con mano l’idea che avevano visto nascere.
Questa volta quando il tour intenso ma breve giunge alla fine, il “continente” li reclama.
E mentre loro vanno e noi restiamo, sfoglio le foto per scegliere quella da allegare e non ho il minimo dubbio. Non può che essere quella di un… incontro al bar!

Zampe di rana, coda di serpente

Immagine tratta da internet

Adoro l’Italia e la pizza! Quando ho creato Amelia, mi è sembrata una cosa carina presentarla come una ragazza italiana che vivesse alle pendici del Vesuvio.
(Carl Barks)

Sicuramente vulcano e occhi neri sono stati più che sufficienti per ispirare il grande fumettista ma io credo che se c’è qualcosa che ha profonde radici comuni con l’alchimia quella sia la cucina. E tra un sugo partenopeo che sobbolle pian piano e una pozione magica non vedo tanta differenza.
Così, forte della vicinanza di un vulcano, rincuorata dall’approssimarsi della notte delle streghe e, in modo assai più pertinente, dalla maturazione delle olive, riprovo la famigerata salamoia.
I lettori più fedeli ricorderanno il tentativo miseramente fallito a Trapani con le olive di Tonino ma questa volta ho qualche arma magica in più.
Primo: le olive sono quelle dell’olivo del Buenaonda, raccolte personalmente ad una ad una dai rami ricurvi.
Secondo: la quantità di sale ha poco a che fare con le unità di misura convenzionali e molto di più con le arti di Amelia: “Soltanto quando un uovo immerso nell’acqua lentamente salirà e farà capolino dalla superficie, la quantità di sale sarà quella giusta!”

Terzo: non sarà solo un banale coperchio a chiudere la futura leccornia ma un intreccio di rami sottili a trattenere in magica immersione i rotondi frutti.

Infine: saranno il tempo, il riposo e il buio a lavorare in silenzio e solitudine per trasformare un amaro boccone in una delizia del gusto.
Insomma, la formula magica è completa.
Non resta che attendere.
E se, ai primi del nuovo anno, il risultato non sarà quello sperato? Pazienza!
In fondo Amelia la numero uno deve ancora riuscire a rubarla…

Fiori di cactus

Sarà per pudore o forse, più facile, per un’astuta vanità che sui fusti spinosi e ruvidi, circondati dal buio della notte, sbocciano i fiori di cactus.
Di giorno niente più di un’escrescenza verde ed insignificante, di notte una meraviglia di petali bianchi.
Una metamorfosi che si riesce a comprendere solo dopo averla vista. Soltanto allora, se lo sguardo si sofferma sui boccioli chiusi nel pomeriggio assolato, questi assumono il fascino e la dignità di una promessa.
Così anche con le idee.
È solo a volte che in un pensiero informe, che si fa strada nella mente, si intravede già il futuro. E quando accade è un attimo dal fascino impagabile perché se il fatto compiuto regala allegria, entusiasmo e soddisfazione, l’istante della visione, quello in cui l’idea non è più un sogno sfumato ed indistinto ma non è ancora una progetto concreto si ricorda per sempre.
Sono attimi che diventano “storia” e si raccontano:
appena ho visto quella …
in un attimo ho scelto di…
in quel momento mi sono detto…
Le autobiografie sono piene di citazioni simili.
Ebbene, proprio in questi giorni il nostro amico Pietro ci è venuto a trovare insieme a Jack e, oltre al piacere della loro compagnia, abbiamo avuto il privilegio di assistere alla nascita di un’idea, alla visione di qualcosa che ancora non c’è.
È solo un’idea acerba e appena delineata e non sappiamo che seguito avrà ma chissà… sarebbe bello che fosse un bocciolo verde ed informe,  che aspetta la notte,  per poi aprirsi in un calice bianco.
Proprio come i fiori di cactus.

Pietro e Jack su Cautha

Visite autunnali

Barche…gemelle

-Hai visto?
chiede il consorte, ben sapendo che sarà una domanda retorica,
accanto a Bob hanno ormeggiato una barca identica.
Guardo e, all’ovvietà che no, non ho visto, si affianca il legittimo dubbio che questa volta l’osservatore abbia preso un granchio. Riconoscere una linea sotto gli innumerevoli manufatti di Bob (non a caso soprannominato il pitagorico) non è semplice e le due imbarcazioni sembrano davvero estranee l’una all’altra.
Ma il consorte ha ragione. Cantiere, modello, misure…tutto uguale. Ridotti all’osso gli scafi potrebbero sovrapporsi l’uno all’altro. Ma ci vuole un occhio allenato.
E qualcuno l’occhio allenato ce l’ha.
Paola ed Andrea (al quale dobbiamo la nostra “alternativa farmacia” di bordo) sono finalmente venuti a trovarci e Paola, con l’aiuto delle sue conoscenze e della sua sensibilità, trova senza fatica se non  lo scafo nautico, quello umano delle persone che  incontra.
A tutti piace sentir parlare di se stessi e così nessuno si sottrae al ritratto che gli viene elargito a larghe pennellate e gli “oh…ma dai…è proprio così…ma che…questa signora da anni mi conosce?…” fioccano.
“Un gioco” che è in realtà un aspetto della filosofia non convenzionale ma antica che contraddistingue la loro vita e il loro lavoro. Filosofia che da tempo condivido ma che ha sempre sorprese in serbo.
Così, tra novità stimolanti e curiose, acquazzoni e schiarite e veleggiate a prova di mal di mare, il registro degli ospiti ha registrato una nuova entrata.
Benvenuti ragazzi!

Equinozio d’autunno

Tic-tic-tic
Le gocce cadono ritmicamente sulla tuga e conciliano il sonno.
Non che ne abbia bisogno. Alzarmi al mattino per me è già sufficientemente difficile senza questa leggera pioggerella che invita a raggomitolarsi sotto le coperte.

Poi
Perché dev’esserci sempre un poi?!

Un battito di ciglia, non di più, solo il tempo d’un battito di ciglia e il gocciolio diventa uno scroscio, una furia d’acqua impetuosa.
Il consorte mi chiama dal pozzetto gridando per sovrastare il ruggito del vento e dell’acqua.
Mi infilo una camicia alla meno peggio e corro ad aiutare.
Chiudiamo il bimini (tendalino antisole per i non addetti), copriamo i timoni, strappiamo al vento una scarpa mentre l’altra ci sfugge e vola in acqua, le bici rovinano a terra sul pontile.
La leggera pioggerella è diventata un groppo inferocito che s’accanisce sulle barche e sulle cose.
Il cielo è nero pece, una vela di una barca poco lontana si è srotolata e si dimena impotente sotto le raffiche.

Bagnati fradici rientriamo sotto coperta.
Pavimento d’asciugare poi caffè.
WhatsApp tintinna… è la foto di una tromba marina al largo di Punta Secca…

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Edddai!!! Va bene! Basta!

Anche se non metterò il costume in naftalina per questo, ho capito, lo so…l’autunno è cominciato tre giorni fa!

Addio all’estate

Se viaggiare è, senza ombra di dubbio, vagare per il mondo, a volte è solo restando che permettiamo al mondo di venire da noi. Così, i nostri due anni da stanziali (il primo a Trapani due anni fa e questo a Marina di Ragusa) sono stati anni in cui il nostro punto fermo è diventato il punto d’arrivo di amici vecchi e nuovi e il piacere dell’ accoglienza “residenziale” è stato pari a quello della scoperta “nomade”.
Gli ultimi arrivi nel registro degli ospiti (…dopo anni di tentativi…finalmente…) sono Paolo ed Anna con i loro amici Paola ed Elio, di felsinei natali ma in trasferta a Marzamemi.
Con la loro piacevole compagnia abbiamo veleggiato sospinti da uno scirocco garbato, sopportato di malavoglia il traffico automobilistico che intasa le stradine del centro e gustato, invece, con piacere, l’atmosfera variopinta del passeggio sul lungomare dove ogni età, ogni taglia, ogni scelta stilistica ha i suoi rappresentanti.
È l’ultimo colpo di coda dell’alta stagione. Della scoppiettante competizione di fuochi artificiali dell’ “Addio all’estate” di sabato sera è rimasto

…soltanto odore di bruciato nell’aria, e un pugno di ceneri sul selciato…

per dirla con le parole del grande Bradbury.
Ma sono ceneri tutt’altro che malinconiche: d’ora in poi i turisti diminuiranno, i metri quadri di spiaggia libera aumenteranno, le file nei negozi si sfoltiranno e il tempo per fare quattro chiacchiere aumenterà proporzionalmente.
L’autunno, che qui non chiede di pagar dazio con felpe e giacchette, è davvero alle porte con i suoi toni pastello, i suoi tempi moderati, il suo frammentato silenzio… e (i commercianti mi perdonino…) io non sono affatto dispiaciuta di dargli il bentornato!

Rivoluzione

 

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Tagliere di formaggi e salumi nostrani e vino locale

La signora sorride alla cassiera. É abbronzata, tranquilla, cordiale. Estrae la spesa dal carrello. Uno dopo l’altro i prodotti finiscono sul nastro e mentre la cassiera batte i prezzi, io guardo.
Yogurt con immagini di pascoli alpini, cilindro di formaggio sbiadito, busta di insalata variopinta, biscotti che sbandierano il loro SENZA, piccoli parallelepipedi di pesce e limoni in rete che parlano spagnolo.
Ma com’è possibile?!
Qui non siamo in una metropoli artificiale, in una città affollata, in un mondo di cemento… Qui a quattro passi c’è lo yogurt di bufala, che arriva solo ogni tanto (dopo le quattro), c’è l’insalata appena colta, sporca ancora di terra e il pesce sui banchi del mercato (che a volte è andata bene e a volte non è giornata), ci sono i biscotti, che se lo chiedi per favore il giorno dopo te li fanno un po’ più cotti, i limoni si prendono dagli alberi e la ricotta è calda nel paiolo del massaro. Qui mangiare bene, mangiare “sostenibile”, a km. zero è talmente facile che devi metterti d’impegno per non farlo.      Ma ci sarà un motivo, dev’esserci un motivo… sarà straniera, arrivata da pochi minuti, incapace di capire dove si trova.
E invece: “ N’attimo ca niesciu u portafuogghiu e taliu si c’haiu quacchi rinaru”

Da qualche parte ho letto che l’epoca del colonialismo non è finita. Solo, i nuovi dominatori hanno marchi che i bambini conoscono a memoria, motivetti che ipnotizzano e  sparano a colori, intervalli pubblicitari.
Siamo in guerra e non lo sapevo.
Guardo la signora con l’angoscia che si prova su un campo di battaglia, mi guardo intorno e conto i sopravvissuti. Pochi, pochissimi!
Forse è tardi. Ma non è mai troppo tardi per cominciare una rivoluzione.

 

Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste

Tutto cambia: le nuvole
le favole, le persone.
La formica si fa generosa:
È una rivoluzione.
(G. Rodari)

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Marzamemi

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Trentadue gradi, un leggero libeccio, mare quasi piatto ma la stagione, a dispetto d’ogni logica, sta finendo. La spiaggia comincia a svuotarsi e gli abitanti di Marina, che la sanno lunga, dichiarano convinti che da lunedì sarà calma piatta, turisticamente parlando.
Mentirei se dicessi che mi dispiace. Non ho mai amato la confusione, il divertimento preconfezionato, le scelte di massa. “In direzione ostinata e contraria” cantava il grande De Andrè.
Forse è per questo che ho finora inconsciamente ignorato Marzamemi.

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Ci siamo andati più d’una volta e in periodi non sospetti, senza calca e turismo selvaggio, eppure è rimasto sempre e solo nei miei pensieri. Nome troppo blasonato, meta troppo conosciuta e troppe parole d’altri: uno dei  venti borghi più belli d’Italia…

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mare cristallino…

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una piazza che lascia senza fiato ….

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Lodi più che meritate a cui preferisco non aggiungere nulla. Le immagini parlano da sole e, a volte, vanno lasciate sole ad esprimere la magia dei luoghi.

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E allora vi avrebbe colto un incantesimo per quattro silenziosi secondi, e il primissimo movimento da voi fatto subito dopo sarebbe stato in punta di piedi, e la vostra prima parola un sussurro (T. Sturgeon – Un mondo davvero perduto)

 

 

 

 

Ferragosto

 

IMG_7192Tutto comincia il 14. Già dal tardo pomeriggio gruppi di ragazzi affollano Marina, si muovono in branco, trascinando borsoni pieni d’ogni cosa, frigo portatili e tende. In breve la spiaggia diventa un brulicare di igloo colorati (Decathlon ringrazia), un pacifico raduno che ricorda i concerti dei lontani anni ottanta o le colline del Mugello la sera prima del GP.

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Il campeggio improvvisato resta tutta notte e i bar sulla spiaggia hanno il permesso speciale di pompare musica ben oltre la mezzanotte. Questa è la sera delle eccezioni perché domani è il gran giorno…è ferragosto.
Ora, per me, che ho sempre collegato il 15 agosto solo all’aumento di traffico, il tutto ha dell’incredibile. Ma qui è una festa nazionale.
“Scendono a mare” tutti, dai paesi più sperduti, dalle contrade più isolate. La spiaggia è invisibile sotto la moltitudine d’ombrelloni.

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In mare, gommoni, barchini, pedalò, s’affollano attorno alla barca che porta il “legno”, una specie di palo della cuccagna orizzontale, un lungo bastone insaponato dove i ragazzi mettono alla prova il loro equilibrio.

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Poi, al pomeriggio, la folla si raduna, assiepata lungo il molo, dove, al grido festante di “Viva Maria!” la statua della Madonna viene portata in processione da un folcloristico peschereccio, seguito da un corteo di imbarcazioni.

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Per tutto il giorno, ad intervalli, il boato di qualcosa di pirotecnico, non ben identificato, mette a dura prova il battito cardiaco e fa tremare il terreno. Forse sottolinea l’inizio e la fine delle manifestazioni, forse sono le prove per il grande spettacolo di fuochi che si attende per la sera.
E così è il cielo, scoppiettante di suoni e colori, a concludere la giornata.
E la conclude per davvero, perché qui ferragosto non è solo un giorno di festa ma un emblema, un simbolo, l’essenza stessa dell’estate. Un’ estate che, incurante di clima e latitudine, in qualche misterioso modo, nell’immaginario collettivo riesce a durare un giorno solo ed in quel giorno… a ferragosto… nasce e muore.

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Il potere delle parole

 

I flirt in corriera hanno il sapore dei vecchi film in bianco e nero e li ho sempre trovati adorabili.
La Lei della situazione è tre file avanti a me. Vedo solo un cappello di paglia e un accenno di montatura di improbabili occhiali da sole. Lui è seduto dall’altra parte del corridoio, belloccio, con la faccia da bravo ragazzo. Lei parla piano ma di continuo. Lui la guarda con un interesse sincero e non si perde una parola, sorride, annuisce col cenno del capo. Lei è brava: ogni tanto, quando gli occhi di lui accennano a perdere d’intensità , tace. Lo fa parlare, l’ascolta…
Intanto la strada scorre. Sto tornando da Catania attraverso terre che hanno perduto il verde della primavera e boccheggiano sotto al sole. Uno sguardo al paesaggio e uno al mio romanzo personale. Nulla d’immutato. Lui pende dalle sue labbra…dev’esserci davvero un bel visino sotto a quel cappello.
Ragusa.
La corriera si ferma.
Scendono tutti.
Troppo curiosa per non seguire l’epilogo vedo Lei prendere la sua valigia dai colori improbabili, come gli occhiali, e salutare con un cenno della mano
-Buona fortuna ragazzi!
mentre Lui si allontana con una ragazza spuntata da chissà dove.
E ora la vedo! Macché romanzo, macché  flirt…è una signora di mezza età, lineamenti irregolari, un viso comune, nulla di particolarmente attraente. Nulla… a parte il filo della sua voce…
Di cosa avrà parlato per incantare in quel modo il suo interlocutore?
Non mi è dato saperlo ma mi torna in mente ora che, graditi ospiti, Laura (l’unica ad essere riuscita ad insegnare carteggio al consorte!) Paolo e Agata sono venuti a trovarci. Quando la piccola, durante il rientro al porto, chiede
– Mamma, mi racconti dei gatti?
e ascolta deliziata piccoli e delicati episodi di simpatici felini, capisco che poco conta il cosa quando si possiede la magica e delicata arte del narrare.

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Agata con mamma e papà

Quando la lupa arriva.

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Temuta da chi in queste terre e in questo mare vive e lavora, la lupa che viene dal mare arriva all’improvviso, come solo i predatori sanno fare. Fulminea e silenziosa inghiotte le sue prede. Con un respiro fetido si posa salata e pesante sugli alberi, togliendo loro vigore e forza; ricopre il mare di una coltre impenetrabile ed esilia i pescatori al largo, persi, incapaci di intravedere la strada del ritorno.
Non è che nebbia, ma il nome con cui la gente comune la chiama le rende onore.
Da buona emiliana conosco bene il fenomeno atmosferico ma lo accosto a serate autunnali, ad alberi spogli, a brividi lungo la schiena.
Qui, invece, il pomeriggio ha i colori e il calore dell’estate ma, quando la lupa arriva, con repentina rapidità si trasforma in un crepuscolo invernale. In un battito di ciglia il cielo scolorisce, i contorni delle cose svaporano, l’umidità diventa così pesante che si sentono le gocce sulla pelle, come piovesse. Gli stranieri (ed io con loro) restano sbigottiti e scattano foto per futura memoria, mentre in spiaggia nulla cambia: i ragazzi giocano a tamburello, fanno il bagno, qualcuno resta persino sdraiato sotto un invisibile sole. La vita continua all’interno d’una grigia nuvola in attesa che la lupa, sazia, torni negli abissi del mare, rendendo al mondo i suoi colori.

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Panierina… panierina…

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Aprile

…qual è vuota?…qual è piena?
Le manine del bimbo di turno, nascoste dietro la schiena, si svelano. Pugni chiusi, gomiti piegati, un movimento che assomiglia a quello dei pedali della bicicletta e poi, sguardo diretto negli occhi dell’avversario che, in piedi davanti a lui, soppesa con gli occhi la mano destra, poi la sinistra…a cercare un indizio, una nocca sporgente, un ditino meno serrato. Dalle retrovie i consigli si sprecano, poi, finalmente, la decisione e chi ha l’arduo compito d’indovinare tocca uno dei due pugni, che si apre a grida di vittoria se all’interno nasconde un bianco gesso e a risate di scherno se dentro non c’è che il palmo della mano.
Dalle mie prime supplenze all’ultimo giorno di lavoro sono passate praticamente sette “generazioni” di ragazzini e le differenze tra gli uni e gli altri sono state spesso evidenti, ma per qualche misterioso motivo alcuni giochi hanno resistito al tempo, alle mode, all’avvento dell’elettronica. Tra questi il gioco del gesso. Ed è a questo che penso mentre pedalo lungo il lungomare di Marina di Ragusa. I mesi estivi che non avevamo mai vissuto in prima persona sono una sorpresa, come un mano che si apre su un bianco gessetto: la spiaggia che per mesi è stata la nostra palestra privata di camminate è improvvisamente diventata un formicaio colorato di ombrelloni, costumi, asciugamani e, naturalmente, gente, gente, gente. Spuntata come per magia, decuplicata nei week-end si spalma sulla spiaggia del paesino diventato improvvisamente un affollato centro balneare. Si narra che in agosto ci sia la fila per trovare un minuscolo spazio sabbioso dove piantare il proprio ombrellone e già ora, prima di intravedere il colore dell’acqua, bisogna spostare lo sguardo verso il largo. Fortunatamente il livello sonoro è contenuto e il tutto assume il fascino perverso di un dipinto multicolore. Una paesaggistica personalità dissociata per due mesi, poi tutto rientrerà nella norma…Insomma, per tornare al nostro gioco, il compito d’indovinare se Marina è vuota o piena, non è nient’affatto arduo… basta un semplice calendario!

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Luglio

Accordi

Grazia e Jack

Ci sono persone che entrano in sintonia con gli altri con estrema facilità. Spesso è la loro loquacità o l’attitudine al sorriso ( smiling face direbbe un inglese) che genera il ” miracolo”. Allo stesso modo ci sono luoghi che predispongono all’incontro e nazionalità (passatemi il termine) più accoglienti di altre.
Ma, in tutto ciò, c’è una circostanza che a prescindere dal carattere, dal luogo, dalla lingua e da qualunque altra influenza esterna ha il potere di unire profondamente.
Parlo di strumenti, di voci intonate, di ritmico battere di mani.
Parlo di musica che disperde le identità e crea un unico insieme.
I suonatori si guardano con la benevolenza e la simpatia che genera l’avere una passione in comune. A chi parla la lingua delle note basta un do per capirsi, per sapere cosa fare.
Gli strumenti si accordano e le anime pure e, allora, per quanto lontani ed estranei possano essere gli obiettivi della vita d’ognuno, in quell’istante ne conta uno soltanto: suonare… suonare…come direbbe la PFM.

Così, ricordando  una serata musicale, tra le tante piacevolissime trascorse insieme, con un po’ di ritardo, Grazia e Jack fanno il loro ingresso nel registro degli ospiti.

E se quest’isola eclettica offre le più svariate cose ed esperienze a chi la visita per la prima volta e, nell’arco di una breve vacanza, il tempo non basta mai per fare tutto, sono contenta che, questa volta, ne sia rimasto un po’ per un cortile, una calda notte estiva e un concerto improvvisato per chitarra, percussioni, voce e… naturalmente… basso.

L’energia, la luce, il mare, i pensieri, le orbite dei pianeti: c’è un ritmo vitale alla base di tutto, musica, suono, armonia.
(G.Cloza-Felicità in questo mondo)

L’aia

Letteralmente l’aia è uno spazio di terreno spianato, accanto ad edifici rurali e da qui, come suffisso ( ghiacci..aia, abet..aia) un luogo destinato a contenere qualcosa. In questo caso il contenuto è piú volatile ma altrettanto concreto ed è il piacere della condivisione, dello stare insieme.
L’ “aia” in questione è un vicolo lastricato di sassi che porta al castello di Donna Fugata.
Sono le sette di sera e il palazzo è chiuso al pubblico ma lì intorno si tessono trame che non hanno nulla da invidiare alle stanze nobiliari. In un edificio adiacente, un massaro, come ogni sera, fa la ricotta. Riporta le possenti e brune mucche modicane nella stalla, ne torna con i secchi di latte appena munto, li versa insieme al caglio bollente in un grande paiolo, mescola e mette sul fuoco.

Ci sono solo calore, attesa ed esperienza ma il risultato è la ricotta.

Calda ed umida, ad un costo irrisorio viene offerta agli avventori di passaggio.
Con Jonathan e gli ospiti del “Buenaonda” approntiamo una tavolata alla buona, aggiungiamo pane e vino portati da casa e nutriamo corpo e soprattutto spirito, mentre sullo sfondo i merli del castello si stagliano nitidi in un cielo che, da azzurro, si fa pian piano indaco.

A pochi passi da noi, convivono i tavoli di un ristorante. Non so quante stelle abbia il locale ma questa sera ci basterà guardare in alto per vincere la sfida: le nostre saranno decisamente di più.

La conquista del paradiso

Nell’immaginario comune è un cancello che apre le porte del paradiso. Ma questa volta è chiuso, lucchettato con tanto di cartello che ne vieta l’accesso. Non abbastanza però per dissuadere chi viene fin qui e affacciandosi al belvedere vede stendersi sotto ai suoi occhi una valle stretta e profonda, verde e puntellata di specchi d’acqua che si rincorrono l’uno sulle spalle dell’altro. E infatti, pochi passi più in là, un varco nella rete conduce al sentiero che porta ai laghetti d’Avola, un vero paradiso in terra.
Chiuso anni orsono a causa di un incendio è comunque battuto da turisti di ogni nazionalità. Ripido e scosceso porta in fondo alla valle, in uno zigzagare di terra e sassi e scalini di roccia sotto il sole. Mentre le capre brucano in incredibile equilibrio, le aquile volano sopra al fiume Cassibile, ad ogni passo sempre più lontane.

Il primo laghetto appare all’improvviso, annunciato soltanto dallo scrosciare dell’acqua e da lì in poi lo scenario diventa una fiaba.
Rocce e vegetazione circondano specchi d’acqua cristallina che si susseguono.

È un invito a cui non ci si può sottrarre. Accompagnati da Jonathan ( senza la sua impagabile disponibilità e il suo amore per la Sicilia non saremmo mai arrivati fin qui…) e Daniela ( in modalità vacanza breve) cediamo ben volentieri alla tentazione.
Dopo la camminata gettarsi nell’acqua fredda è una delizia e sembra di nuotare veramente nel giardino dell’eden.

È un luogo magico che neppure la presenza di numerosi turisti riesce ad inquinare e staremmo qui per ore se non fosse per il pensiero della risalita che ci induce ad una prudente ritirata a metà pomeriggio.
Mentre i due baldi giovani risalgono in meno di un’ora, noi, un…po’…meno giovani e un…po’…meno allenati, arranchiamo. Subendo l’onta di un “sorpasso” da una donna incinta e da un tedesco in infradito, arriviamo alla meta agognata una mezz’ora dopo.
Seduta davanti ad una birra fredda, mentre aspetto che il battito cardiaco torni a livelli umani e il respiro si differenzi da quello di un mantice getto uno sguardo in basso, verso gli specchi limpidi in cui si gettano omini piccoli piccoli e mi dico che non è stato poi un caro prezzo per la conquista del paradiso.

Viaggio al centro della terra

Valle Santa Domenica

Ragusa, conosciuta anche come la città dei ponti, vanta, in effetti, ben tre ponti di epoche diverse che uniscono la parte superiore della città con quella inferiore. A separarle non un fiume impetuoso ma una valle profonda attraversata da un torrente, quasi invisibile tra la vegetazione rigogliosa. A guardarla dall’alto ha l’aspetto di una giungla tenuta faticosamente a bada dall’opera dell’uomo e difficilmente ci si può sporgere a scrutare i sentieri che  l’attraversano senza desiderare di percorrerli.  
L’accesso è un piccolo cancello in mezzo alle case e la discesa verso il fondovalle é un lento avvicinarsi ad una dimensione aliena.

I rumori della cittá si dileguano e le case che sovrastano il paesaggio sembrano una scenografia postbellica. Il sentiero è agevole e si fa strada tra una vegetazione che sembra dominare a stento la sua esuberanza. Improvviso frusciare di serpi e lucertole, cinguettio d’ uccelli nascosti, lo scorrere dell’ acqua sui massi, fresco e odore d’umido.

Non un anima viva, tranne noi. Eppure un tempo qua c’era brulicare di vita. Orti, mulini ad acqua e cave da cui estrarre la pietra per produrre la calce. Procediamo tra scheletri di case e antichi forni (carcare) che lo testimoniano.

Poi, all’improvviso, inaspettatamente, due rotaie tagliano il bosco  e appare una piccola strada ferrata che scompare dopo poco, inghiottita di nuovo dalla vegetazione.

È un cammino simile ad un sogno, finché il sentiero pian piano si allarga e diventa strada tra le case di un suggestivo borgo e, come per magia, ci ritroviamo ai piedi di Ragusa Ibla . A malincuore, quasi con disappunto, abbandoniamo i panni d’esploratori tra l’erba alta. Non ci vorrà che un attimo e la natura li inghiottirà lasciandoci tra gli scenari consueti,  nei luoghi che conosciamo…tra gli uomini…

 

Ceci di lusso

No, non è un refuso dato dall’ora tarda in cui solitamente scrivo. E neppure un riferimento velato al latino cicer di Marco Tullio Cicerone (soprannome del quale, a leggere le pagine di “Imperium”, sembrava andasse particolarmente fiero). Quelli di cui voglio parlarvi sono proprio i semplici e banali legumi che fino a qualche giorno fa avevo visto solo ed esclusivamente secchi o rinchiusi in lattine da supermercato.
Cugini stretti di piselli, fagioli, fave, se mai avessi pensato di chiedermi come erano fatti, (curiosità che in realtà non mi era mai venuta…) avrei senz’altro pensato a baccelli come contenitori. E invece, ecco che dal solito fruttivendolo, scorgo un mazzo di erbe da cui spuntano bozzoli lanosi che sembrano i fratellini minori di quelli di “L’invasione degli ultracorpi”.

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Fortunatamente meno pericolosi, nascondono al loro interno, non un orrido clone ma lo squisito legume. Come resistere, quindi, alla tentazione? Così torno in barca con una busta voluminosa piena di steli bozzolosi. E qui comincia il bello, perché dagli steli i bozzoli vanno tolti, ad uno ad uno, poi aperti, ad uno ad uno, e dentro, quando va bene, ma molto bene, ci sono ben… due ceci. Insomma, per semplificare, con un paio d’orette a disposizione, da una quantità di steli che stanno a stento in una gigantesca busta si ricava appena una misera scodellina di ceci.

 

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Ed è qui che salta fuori il lusso. E non parlo del lusso di mangiare prodotti appena colti, ma del lusso di passare un pomeriggio seduta con un mazzo d’erbe in grembo a sgranare ceci, il lusso impagabile d’avere il tempo per farlo. Un lusso che qualche anno fa non solo non avrei avuto ma che non avrei neppure capito. Perché anche per apprezzare e dare il giusto valore al tempo ci vuole…tempo. Una lussuosa merce che non ha prezzo!

…Non ti auguro un dono qualsiasi
Ti auguro soltanto quello che i più ricchi hanno.
Ti auguro tempo…
(Elli Michler)

Gozo

Mgaar

Chi fosse venuto al porto di Marina di Ragusa quest’inverno e tornasse ora lo troverebbe con i pontili semivuoti, come una margherita a cui si tolgono ad uno ad uno i petali per il sempiterno adagio “m’ama non m’ama”. L’esodo, cominciato a fine aprile, ormai è giunto quasi al termine. La comunità che viveva a bordo nel periodo del cosiddetto invernaggio ha lasciato gli ormeggi e si è sparpagliata nel Mediterraneo e oltre. Per noi, invece, quest’estate sarà in dichiarata controtendenza.
Forti della vicinanza delle creature e di amici e parenti che verranno a trovarci, ci allontaneremo da questi lidi solo per brevi periodi, il primo dei quali ha già avuto luogo.
Contagiati dal fuggi fuggi generale abbiamo deciso di percorrere le 49 miglia che ci separano da Gozo per dare un’occhiata a questa piccola isola maltese.

La prima trasferta ci ha regalato una bella veleggiata e un mare ricco di vita: delfini e tartarughe spuntavano qua e là per tutto il tragitto. L’isoletta, che rivendica nell’entroterra la grotta dove Calipso ha intrattenuto Ulisse per sette lunghi anni, è piccola, tale da riuscire a farne il periplo in poco tempo. Rade raccolte e suggestive, grotte e anfratti rendono giustizia alla sua fama di paradiso del diving. Io, però, che ho ben poca dimestichezza con ciò che c’è sotto la superficie, ho fatto il primo bagno stagionale stile pinzimonio: dentro fuori e aspettiamo pure che l’acqua si scaldi col sole dei prossimi mesi…

Fungus Rock

Un’ altra giornata dedicata al paesino che si affaccia sul porto ci ha fatto ritenere di aver esaurito la nostra prima avanscoperta.

A questo punto avremmo potuto spostarci a Malta ma abbiamo optato per il rientro aspettando di dedicare alla sorella maggiore un po’ più di tempo nella prossima uscita fuori…porto.

Cielo Ibleo

La prima volta che ho visitato Ragusa Ibla, salendo la scalinata di Salita Specula che porta al belvedere, sono stata catturata da un piccolo B&B rannicchiato accanto ai gradini. Un oasi di quiete, con un cortile profumato di gelsomini e un terrazzino incantevole da cui si domina la valle, circondato dalle tegole dei tetti antichi e protetto dalla mole della cupola del Duomo. Ho pensato che era adorabile, quella volta e ad ogni altra visita successiva, ma non ho mai fatto niente di più che contemplarlo da lontano. Eppure, evidentemente, c’è sempre una ragione se qualcosa ci colpisce nel profondo, e, prima o poi, se le lasciamo tempo, qualcosa accade. Così, a distanza di poco più di un anno da quella prima visita, complice la presenza di Barbara a cui fare da ciceroni, ci ritroviamo, affaticati, a salire i gradini della scalinata proprio mentre, nel cortile di gelsomini, un ragazzo sta tessendo le lodi di una crema di pistacchio a quello che sembra essere un suo ospite. Una battuta, uno sguardo e, al momento della discesa, troviamo ad attenderci un assaggio. Assaporando un cucchiaino di verde nettare (buonissima…!) conosciamo così Giuseppe, il gestore di “Caelum Hyblae”. In un batter d’occhio ci ritroviamo nel cortile profumato, nelle stanze affacciate su S.Giorgio,e poi ospiti di una degustazione serale che sarebbe stata fantastica ovunque ma che diventa indimenticabile con lo sfondo del Duomo illuminato e i cori sacri portati dal vento.

Una serata eccezionale per sapori, profumi, ospitalità.

Un regalo meraviglioso che abbiamo apprezzato, accompagnato da un regalo ancora più grande; quello, come ha detto un amico di recente, del tempo che ci viene dedicato.
Il tempo che sembra mancare a tutti e ovunque, ma che qui viene donato con rara generosità, con disarmante spontaneità e, a volte, come questa, con un blu, intenso e profondo… Cielo Ibleo.

Passato prossimo e remoto

 

 

“La Baba-a canta” diceva Silvia presentando i componenti del gruppo musicale del suo papà nel loro cd autoprodotto. Aveva tre anni e non ancora la “r”, sicché la cantante non era un originale talento di esotiche origini ma una “comune” Barbara di S. Giovanni in Persiceto. Che tanto comune in verità poi non fosse lo testimonia il fatto che, il primo giorno di nido, neomamma ansiosa al pensiero di abbandonare la creatura, avevo immediatamente rimosso ogni timore appena l’avevo guardata negli occhi. Maestra di Silvia, prima di cantante dei Tangram, aveva suscitato la mia simpatia e un’istintiva e profonda fiducia al primo sguardo. Amicizia di pelle che il tempo aveva confermato ma poi, con gli anni, diluito fino a farne perdere le tracce.
Ma siccome le cose belle e vere prima o poi riaffiorano, a distanza di 15 anni dall’ultimo incontro, complice la nostra avventura barcaiola, aggiungo proprio la sua firma al nostro registro.
E proprio con lei, gradita ospite in barca, condividiamo un altro ritrovamento.

 

Da un passato molto meno recente, dissepolti e riportati alla luce, i mosaici della Villa Romana del Casale, a Piazza Armerina ci stupiscono e ci incantano. Incredibili per ampiezza, dettagli, stato di conservazione, si snodano da una stanza all’altra dell’imponente villa padronale.

La soggezione e l’ammirazione che suscita l’insieme non possono che essere ombre di quelle suscitate un tempo e  la fantasia non ce la fa a riempire i vuoti.  Il desiderio d’essere catapultata nel passato per aggiungere colori e tratti, colonne e soffitti,  fontane che zampillano, voci e frusciar di vesti (suoni diversi dal qui ed ora del vento e dello sbatter d’ali dei piccioni)  è destinato ad esser disatteso.

Disatteso ma inevitabile.  Figlio naturale  non certo della frustrazione del poco ma, al contrario,  della gratitudine per quel tanto e tanto bello che il tempo ha preservato per noi tutti.

Alla via così