Addio all’estate

Se viaggiare è, senza ombra di dubbio, vagare per il mondo, a volte è solo restando che permettiamo al mondo di venire da noi. Così, i nostri due anni da stanziali (il primo a Trapani due anni fa e questo a Marina di Ragusa) sono stati anni in cui il nostro punto fermo è diventato il punto d’arrivo di amici vecchi e nuovi e il piacere dell’ accoglienza “residenziale” è stato pari a quello della scoperta “nomade”.
Gli ultimi arrivi nel registro degli ospiti (…dopo anni di tentativi…finalmente…) sono Paolo ed Anna con i loro amici Paola ed Elio, di felsinei natali ma in trasferta a Marzamemi.
Con la loro piacevole compagnia abbiamo veleggiato sospinti da uno scirocco garbato, sopportato di malavoglia il traffico automobilistico che intasa le stradine del centro e gustato, invece, con piacere, l’atmosfera variopinta del passeggio sul lungomare dove ogni età, ogni taglia, ogni scelta stilistica ha i suoi rappresentanti.
È l’ultimo colpo di coda dell’alta stagione. Della scoppiettante competizione di fuochi artificiali dell’ “Addio all’estate” di sabato sera è rimasto

…soltanto odore di bruciato nell’aria, e un pugno di ceneri sul selciato…

per dirla con le parole del grande Bradbury.
Ma sono ceneri tutt’altro che malinconiche: d’ora in poi i turisti diminuiranno, i metri quadri di spiaggia libera aumenteranno, le file nei negozi si sfoltiranno e il tempo per fare quattro chiacchiere aumenterà proporzionalmente.
L’autunno, che qui non chiede di pagar dazio con felpe e giacchette, è davvero alle porte con i suoi toni pastello, i suoi tempi moderati, il suo frammentato silenzio… e (i commercianti mi perdonino…) io non sono affatto dispiaciuta di dargli il bentornato!

Rivoluzione

 

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Tagliere di formaggi e salumi nostrani e vino locale

La signora sorride alla cassiera. É abbronzata, tranquilla, cordiale. Estrae la spesa dal carrello. Uno dopo l’altro i prodotti finiscono sul nastro e mentre la cassiera batte i prezzi, io guardo.
Yogurt con immagini di pascoli alpini, cilindro di formaggio sbiadito, busta di insalata variopinta, biscotti che sbandierano il loro SENZA, piccoli parallelepipedi di pesce e limoni in rete che parlano spagnolo.
Ma com’è possibile?!
Qui non siamo in una metropoli artificiale, in una città affollata, in un mondo di cemento… Qui a quattro passi c’è lo yogurt di bufala, che arriva solo ogni tanto (dopo le quattro), c’è l’insalata appena colta, sporca ancora di terra e il pesce sui banchi del mercato (che a volte è andata bene e a volte non è giornata), ci sono i biscotti, che se lo chiedi per favore il giorno dopo te li fanno un po’ più cotti, i limoni si prendono dagli alberi e la ricotta è calda nel paiolo del massaro. Qui mangiare bene, mangiare “sostenibile”, a km. zero è talmente facile che devi metterti d’impegno per non farlo.      Ma ci sarà un motivo, dev’esserci un motivo… sarà straniera, arrivata da pochi minuti, incapace di capire dove si trova.
E invece: “ N’attimo ca niesciu u portafuogghiu e taliu si c’haiu quacchi rinaru”

Da qualche parte ho letto che l’epoca del colonialismo non è finita. Solo, i nuovi dominatori hanno marchi che i bambini conoscono a memoria, motivetti che ipnotizzano e  sparano a colori, intervalli pubblicitari.
Siamo in guerra e non lo sapevo.
Guardo la signora con l’angoscia che si prova su un campo di battaglia, mi guardo intorno e conto i sopravvissuti. Pochi, pochissimi!
Forse è tardi. Ma non è mai troppo tardi per cominciare una rivoluzione.

 

Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste

Tutto cambia: le nuvole
le favole, le persone.
La formica si fa generosa:
È una rivoluzione.
(G. Rodari)

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Marzamemi

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Trentadue gradi, un leggero libeccio, mare quasi piatto ma la stagione, a dispetto d’ogni logica, sta finendo. La spiaggia comincia a svuotarsi e gli abitanti di Marina, che la sanno lunga, dichiarano convinti che da lunedì sarà calma piatta, turisticamente parlando.
Mentirei se dicessi che mi dispiace. Non ho mai amato la confusione, il divertimento preconfezionato, le scelte di massa. “In direzione ostinata e contraria” cantava il grande De Andrè.
Forse è per questo che ho finora inconsciamente ignorato Marzamemi.

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Ci siamo andati più d’una volta e in periodi non sospetti, senza calca e turismo selvaggio, eppure è rimasto sempre e solo nei miei pensieri. Nome troppo blasonato, meta troppo conosciuta e troppe parole d’altri: uno dei  venti borghi più belli d’Italia…

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mare cristallino…

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una piazza che lascia senza fiato ….

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Lodi più che meritate a cui preferisco non aggiungere nulla. Le immagini parlano da sole e, a volte, vanno lasciate sole ad esprimere la magia dei luoghi.

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E allora vi avrebbe colto un incantesimo per quattro silenziosi secondi, e il primissimo movimento da voi fatto subito dopo sarebbe stato in punta di piedi, e la vostra prima parola un sussurro (T. Sturgeon – Un mondo davvero perduto)

 

 

 

 

Ferragosto

 

IMG_7192Tutto comincia il 14. Già dal tardo pomeriggio gruppi di ragazzi affollano Marina, si muovono in branco, trascinando borsoni pieni d’ogni cosa, frigo portatili e tende. In breve la spiaggia diventa un brulicare di igloo colorati (Decathlon ringrazia), un pacifico raduno che ricorda i concerti dei lontani anni ottanta o le colline del Mugello la sera prima del GP.

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Il campeggio improvvisato resta tutta notte e i bar sulla spiaggia hanno il permesso speciale di pompare musica ben oltre la mezzanotte. Questa è la sera delle eccezioni perché domani è il gran giorno…è ferragosto.
Ora, per me, che ho sempre collegato il 15 agosto solo all’aumento di traffico, il tutto ha dell’incredibile. Ma qui è una festa nazionale.
“Scendono a mare” tutti, dai paesi più sperduti, dalle contrade più isolate. La spiaggia è invisibile sotto la moltitudine d’ombrelloni.

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In mare, gommoni, barchini, pedalò, s’affollano attorno alla barca che porta il “legno”, una specie di palo della cuccagna orizzontale, un lungo bastone insaponato dove i ragazzi mettono alla prova il loro equilibrio.

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Poi, al pomeriggio, la folla si raduna, assiepata lungo il molo, dove, al grido festante di “Viva Maria!” la statua della Madonna viene portata in processione da un folcloristico peschereccio, seguito da un corteo di imbarcazioni.

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Per tutto il giorno, ad intervalli, il boato di qualcosa di pirotecnico, non ben identificato, mette a dura prova il battito cardiaco e fa tremare il terreno. Forse sottolinea l’inizio e la fine delle manifestazioni, forse sono le prove per il grande spettacolo di fuochi che si attende per la sera.
E così è il cielo, scoppiettante di suoni e colori, a concludere la giornata.
E la conclude per davvero, perché qui ferragosto non è solo un giorno di festa ma un emblema, un simbolo, l’essenza stessa dell’estate. Un’ estate che, incurante di clima e latitudine, in qualche misterioso modo, nell’immaginario collettivo riesce a durare un giorno solo ed in quel giorno… a ferragosto… nasce e muore.

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Il potere delle parole

 

I flirt in corriera hanno il sapore dei vecchi film in bianco e nero e li ho sempre trovati adorabili.
La Lei della situazione è tre file avanti a me. Vedo solo un cappello di paglia e un accenno di montatura di improbabili occhiali da sole. Lui è seduto dall’altra parte del corridoio, belloccio, con la faccia da bravo ragazzo. Lei parla piano ma di continuo. Lui la guarda con un interesse sincero e non si perde una parola, sorride, annuisce col cenno del capo. Lei è brava: ogni tanto, quando gli occhi di lui accennano a perdere d’intensità , tace. Lo fa parlare, l’ascolta…
Intanto la strada scorre. Sto tornando da Catania attraverso terre che hanno perduto il verde della primavera e boccheggiano sotto al sole. Uno sguardo al paesaggio e uno al mio romanzo personale. Nulla d’immutato. Lui pende dalle sue labbra…dev’esserci davvero un bel visino sotto a quel cappello.
Ragusa.
La corriera si ferma.
Scendono tutti.
Troppo curiosa per non seguire l’epilogo vedo Lei prendere la sua valigia dai colori improbabili, come gli occhiali, e salutare con un cenno della mano
-Buona fortuna ragazzi!
mentre Lui si allontana con una ragazza spuntata da chissà dove.
E ora la vedo! Macché romanzo, macché  flirt…è una signora di mezza età, lineamenti irregolari, un viso comune, nulla di particolarmente attraente. Nulla… a parte il filo della sua voce…
Di cosa avrà parlato per incantare in quel modo il suo interlocutore?
Non mi è dato saperlo ma mi torna in mente ora che, graditi ospiti, Laura (l’unica ad essere riuscita ad insegnare carteggio al consorte!) Paolo e Agata sono venuti a trovarci. Quando la piccola, durante il rientro al porto, chiede
– Mamma, mi racconti dei gatti?
e ascolta deliziata piccoli e delicati episodi di simpatici felini, capisco che poco conta il cosa quando si possiede la magica e delicata arte del narrare.

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Agata con mamma e papà

Quando la lupa arriva.

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Temuta da chi in queste terre e in questo mare vive e lavora, la lupa che viene dal mare arriva all’improvviso, come solo i predatori sanno fare. Fulminea e silenziosa inghiotte le sue prede. Con un respiro fetido si posa salata e pesante sugli alberi, togliendo loro vigore e forza; ricopre il mare di una coltre impenetrabile ed esilia i pescatori al largo, persi, incapaci di intravedere la strada del ritorno.
Non è che nebbia, ma il nome con cui la gente comune la chiama le rende onore.
Da buona emiliana conosco bene il fenomeno atmosferico ma lo accosto a serate autunnali, ad alberi spogli, a brividi lungo la schiena.
Qui, invece, il pomeriggio ha i colori e il calore dell’estate ma, quando la lupa arriva, con repentina rapidità si trasforma in un crepuscolo invernale. In un battito di ciglia il cielo scolorisce, i contorni delle cose svaporano, l’umidità diventa così pesante che si sentono le gocce sulla pelle, come piovesse. Gli stranieri (ed io con loro) restano sbigottiti e scattano foto per futura memoria, mentre in spiaggia nulla cambia: i ragazzi giocano a tamburello, fanno il bagno, qualcuno resta persino sdraiato sotto un invisibile sole. La vita continua all’interno d’una grigia nuvola in attesa che la lupa, sazia, torni negli abissi del mare, rendendo al mondo i suoi colori.

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Panierina… panierina…

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Aprile

…qual è vuota?…qual è piena?
Le manine del bimbo di turno, nascoste dietro la schiena, si svelano. Pugni chiusi, gomiti piegati, un movimento che assomiglia a quello dei pedali della bicicletta e poi, sguardo diretto negli occhi dell’avversario che, in piedi davanti a lui, soppesa con gli occhi la mano destra, poi la sinistra…a cercare un indizio, una nocca sporgente, un ditino meno serrato. Dalle retrovie i consigli si sprecano, poi, finalmente, la decisione e chi ha l’arduo compito d’indovinare tocca uno dei due pugni, che si apre a grida di vittoria se all’interno nasconde un bianco gesso e a risate di scherno se dentro non c’è che il palmo della mano.
Dalle mie prime supplenze all’ultimo giorno di lavoro sono passate praticamente sette “generazioni” di ragazzini e le differenze tra gli uni e gli altri sono state spesso evidenti, ma per qualche misterioso motivo alcuni giochi hanno resistito al tempo, alle mode, all’avvento dell’elettronica. Tra questi il gioco del gesso. Ed è a questo che penso mentre pedalo lungo il lungomare di Marina di Ragusa. I mesi estivi che non avevamo mai vissuto in prima persona sono una sorpresa, come un mano che si apre su un bianco gessetto: la spiaggia che per mesi è stata la nostra palestra privata di camminate è improvvisamente diventata un formicaio colorato di ombrelloni, costumi, asciugamani e, naturalmente, gente, gente, gente. Spuntata come per magia, decuplicata nei week-end si spalma sulla spiaggia del paesino diventato improvvisamente un affollato centro balneare. Si narra che in agosto ci sia la fila per trovare un minuscolo spazio sabbioso dove piantare il proprio ombrellone e già ora, prima di intravedere il colore dell’acqua, bisogna spostare lo sguardo verso il largo. Fortunatamente il livello sonoro è contenuto e il tutto assume il fascino perverso di un dipinto multicolore. Una paesaggistica personalità dissociata per due mesi, poi tutto rientrerà nella norma…Insomma, per tornare al nostro gioco, il compito d’indovinare se Marina è vuota o piena, non è nient’affatto arduo… basta un semplice calendario!

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Luglio

Accordi

Grazia e Jack

Ci sono persone che entrano in sintonia con gli altri con estrema facilità. Spesso è la loro loquacità o l’attitudine al sorriso ( smiling face direbbe un inglese) che genera il ” miracolo”. Allo stesso modo ci sono luoghi che predispongono all’incontro e nazionalità (passatemi il termine) più accoglienti di altre.
Ma, in tutto ciò, c’è una circostanza che a prescindere dal carattere, dal luogo, dalla lingua e da qualunque altra influenza esterna ha il potere di unire profondamente.
Parlo di strumenti, di voci intonate, di ritmico battere di mani.
Parlo di musica che disperde le identità e crea un unico insieme.
I suonatori si guardano con la benevolenza e la simpatia che genera l’avere una passione in comune. A chi parla la lingua delle note basta un do per capirsi, per sapere cosa fare.
Gli strumenti si accordano e le anime pure e, allora, per quanto lontani ed estranei possano essere gli obiettivi della vita d’ognuno, in quell’istante ne conta uno soltanto: suonare… suonare…come direbbe la PFM.

Così, ricordando  una serata musicale, tra le tante piacevolissime trascorse insieme, con un po’ di ritardo, Grazia e Jack fanno il loro ingresso nel registro degli ospiti.

E se quest’isola eclettica offre le più svariate cose ed esperienze a chi la visita per la prima volta e, nell’arco di una breve vacanza, il tempo non basta mai per fare tutto, sono contenta che, questa volta, ne sia rimasto un po’ per un cortile, una calda notte estiva e un concerto improvvisato per chitarra, percussioni, voce e… naturalmente… basso.

L’energia, la luce, il mare, i pensieri, le orbite dei pianeti: c’è un ritmo vitale alla base di tutto, musica, suono, armonia.
(G.Cloza-Felicità in questo mondo)

L’aia

Letteralmente l’aia è uno spazio di terreno spianato, accanto ad edifici rurali e da qui, come suffisso ( ghiacci..aia, abet..aia) un luogo destinato a contenere qualcosa. In questo caso il contenuto è piú volatile ma altrettanto concreto ed è il piacere della condivisione, dello stare insieme.
L’ “aia” in questione è un vicolo lastricato di sassi che porta al castello di Donna Fugata.
Sono le sette di sera e il palazzo è chiuso al pubblico ma lì intorno si tessono trame che non hanno nulla da invidiare alle stanze nobiliari. In un edificio adiacente, un massaro, come ogni sera, fa la ricotta. Riporta le possenti e brune mucche modicane nella stalla, ne torna con i secchi di latte appena munto, li versa insieme al caglio bollente in un grande paiolo, mescola e mette sul fuoco.

Ci sono solo calore, attesa ed esperienza ma il risultato è la ricotta.

Calda ed umida, ad un costo irrisorio viene offerta agli avventori di passaggio.
Con Jonathan e gli ospiti del “Buenaonda” approntiamo una tavolata alla buona, aggiungiamo pane e vino portati da casa e nutriamo corpo e soprattutto spirito, mentre sullo sfondo i merli del castello si stagliano nitidi in un cielo che, da azzurro, si fa pian piano indaco.

A pochi passi da noi, convivono i tavoli di un ristorante. Non so quante stelle abbia il locale ma questa sera ci basterà guardare in alto per vincere la sfida: le nostre saranno decisamente di più.

La conquista del paradiso

Nell’immaginario comune è un cancello che apre le porte del paradiso. Ma questa volta è chiuso, lucchettato con tanto di cartello che ne vieta l’accesso. Non abbastanza però per dissuadere chi viene fin qui e affacciandosi al belvedere vede stendersi sotto ai suoi occhi una valle stretta e profonda, verde e puntellata di specchi d’acqua che si rincorrono l’uno sulle spalle dell’altro. E infatti, pochi passi più in là, un varco nella rete conduce al sentiero che porta ai laghetti d’Avola, un vero paradiso in terra.
Chiuso anni orsono a causa di un incendio è comunque battuto da turisti di ogni nazionalità. Ripido e scosceso porta in fondo alla valle, in uno zigzagare di terra e sassi e scalini di roccia sotto il sole. Mentre le capre brucano in incredibile equilibrio, le aquile volano sopra al fiume Cassibile, ad ogni passo sempre più lontane.

Il primo laghetto appare all’improvviso, annunciato soltanto dallo scrosciare dell’acqua e da lì in poi lo scenario diventa una fiaba.
Rocce e vegetazione circondano specchi d’acqua cristallina che si susseguono.

È un invito a cui non ci si può sottrarre. Accompagnati da Jonathan ( senza la sua impagabile disponibilità e il suo amore per la Sicilia non saremmo mai arrivati fin qui…) e Daniela ( in modalità vacanza breve) cediamo ben volentieri alla tentazione.
Dopo la camminata gettarsi nell’acqua fredda è una delizia e sembra di nuotare veramente nel giardino dell’eden.

È un luogo magico che neppure la presenza di numerosi turisti riesce ad inquinare e staremmo qui per ore se non fosse per il pensiero della risalita che ci induce ad una prudente ritirata a metà pomeriggio.
Mentre i due baldi giovani risalgono in meno di un’ora, noi, un…po’…meno giovani e un…po’…meno allenati, arranchiamo. Subendo l’onta di un “sorpasso” da una donna incinta e da un tedesco in infradito, arriviamo alla meta agognata una mezz’ora dopo.
Seduta davanti ad una birra fredda, mentre aspetto che il battito cardiaco torni a livelli umani e il respiro si differenzi da quello di un mantice getto uno sguardo in basso, verso gli specchi limpidi in cui si gettano omini piccoli piccoli e mi dico che non è stato poi un caro prezzo per la conquista del paradiso.

Viaggio al centro della terra

Valle Santa Domenica

Ragusa, conosciuta anche come la città dei ponti, vanta, in effetti, ben tre ponti di epoche diverse che uniscono la parte superiore della città con quella inferiore. A separarle non un fiume impetuoso ma una valle profonda attraversata da un torrente, quasi invisibile tra la vegetazione rigogliosa. A guardarla dall’alto ha l’aspetto di una giungla tenuta faticosamente a bada dall’opera dell’uomo e difficilmente ci si può sporgere a scrutare i sentieri che  l’attraversano senza desiderare di percorrerli.  
L’accesso è un piccolo cancello in mezzo alle case e la discesa verso il fondovalle é un lento avvicinarsi ad una dimensione aliena.

I rumori della cittá si dileguano e le case che sovrastano il paesaggio sembrano una scenografia postbellica. Il sentiero è agevole e si fa strada tra una vegetazione che sembra dominare a stento la sua esuberanza. Improvviso frusciare di serpi e lucertole, cinguettio d’ uccelli nascosti, lo scorrere dell’ acqua sui massi, fresco e odore d’umido.

Non un anima viva, tranne noi. Eppure un tempo qua c’era brulicare di vita. Orti, mulini ad acqua e cave da cui estrarre la pietra per produrre la calce. Procediamo tra scheletri di case e antichi forni (carcare) che lo testimoniano.

Poi, all’improvviso, inaspettatamente, due rotaie tagliano il bosco  e appare una piccola strada ferrata che scompare dopo poco, inghiottita di nuovo dalla vegetazione.

È un cammino simile ad un sogno, finché il sentiero pian piano si allarga e diventa strada tra le case di un suggestivo borgo e, come per magia, ci ritroviamo ai piedi di Ragusa Ibla . A malincuore, quasi con disappunto, abbandoniamo i panni d’esploratori tra l’erba alta. Non ci vorrà che un attimo e la natura li inghiottirà lasciandoci tra gli scenari consueti,  nei luoghi che conosciamo…tra gli uomini…

 

Ceci di lusso

No, non è un refuso dato dall’ora tarda in cui solitamente scrivo. E neppure un riferimento velato al latino cicer di Marco Tullio Cicerone (soprannome del quale, a leggere le pagine di “Imperium”, sembrava andasse particolarmente fiero). Quelli di cui voglio parlarvi sono proprio i semplici e banali legumi che fino a qualche giorno fa avevo visto solo ed esclusivamente secchi o rinchiusi in lattine da supermercato.
Cugini stretti di piselli, fagioli, fave, se mai avessi pensato di chiedermi come erano fatti, (curiosità che in realtà non mi era mai venuta…) avrei senz’altro pensato a baccelli come contenitori. E invece, ecco che dal solito fruttivendolo, scorgo un mazzo di erbe da cui spuntano bozzoli lanosi che sembrano i fratellini minori di quelli di “L’invasione degli ultracorpi”.

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Fortunatamente meno pericolosi, nascondono al loro interno, non un orrido clone ma lo squisito legume. Come resistere, quindi, alla tentazione? Così torno in barca con una busta voluminosa piena di steli bozzolosi. E qui comincia il bello, perché dagli steli i bozzoli vanno tolti, ad uno ad uno, poi aperti, ad uno ad uno, e dentro, quando va bene, ma molto bene, ci sono ben… due ceci. Insomma, per semplificare, con un paio d’orette a disposizione, da una quantità di steli che stanno a stento in una gigantesca busta si ricava appena una misera scodellina di ceci.

 

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Ed è qui che salta fuori il lusso. E non parlo del lusso di mangiare prodotti appena colti, ma del lusso di passare un pomeriggio seduta con un mazzo d’erbe in grembo a sgranare ceci, il lusso impagabile d’avere il tempo per farlo. Un lusso che qualche anno fa non solo non avrei avuto ma che non avrei neppure capito. Perché anche per apprezzare e dare il giusto valore al tempo ci vuole…tempo. Una lussuosa merce che non ha prezzo!

…Non ti auguro un dono qualsiasi
Ti auguro soltanto quello che i più ricchi hanno.
Ti auguro tempo…
(Elli Michler)

Gozo

Mgaar

Chi fosse venuto al porto di Marina di Ragusa quest’inverno e tornasse ora lo troverebbe con i pontili semivuoti, come una margherita a cui si tolgono ad uno ad uno i petali per il sempiterno adagio “m’ama non m’ama”. L’esodo, cominciato a fine aprile, ormai è giunto quasi al termine. La comunità che viveva a bordo nel periodo del cosiddetto invernaggio ha lasciato gli ormeggi e si è sparpagliata nel Mediterraneo e oltre. Per noi, invece, quest’estate sarà in dichiarata controtendenza.
Forti della vicinanza delle creature e di amici e parenti che verranno a trovarci, ci allontaneremo da questi lidi solo per brevi periodi, il primo dei quali ha già avuto luogo.
Contagiati dal fuggi fuggi generale abbiamo deciso di percorrere le 49 miglia che ci separano da Gozo per dare un’occhiata a questa piccola isola maltese.

La prima trasferta ci ha regalato una bella veleggiata e un mare ricco di vita: delfini e tartarughe spuntavano qua e là per tutto il tragitto. L’isoletta, che rivendica nell’entroterra la grotta dove Calipso ha intrattenuto Ulisse per sette lunghi anni, è piccola, tale da riuscire a farne il periplo in poco tempo. Rade raccolte e suggestive, grotte e anfratti rendono giustizia alla sua fama di paradiso del diving. Io, però, che ho ben poca dimestichezza con ciò che c’è sotto la superficie, ho fatto il primo bagno stagionale stile pinzimonio: dentro fuori e aspettiamo pure che l’acqua si scaldi col sole dei prossimi mesi…

Fungus Rock

Un’ altra giornata dedicata al paesino che si affaccia sul porto ci ha fatto ritenere di aver esaurito la nostra prima avanscoperta.

A questo punto avremmo potuto spostarci a Malta ma abbiamo optato per il rientro aspettando di dedicare alla sorella maggiore un po’ più di tempo nella prossima uscita fuori…porto.

Cielo Ibleo

La prima volta che ho visitato Ragusa Ibla, salendo la scalinata di Salita Specula che porta al belvedere, sono stata catturata da un piccolo B&B rannicchiato accanto ai gradini. Un oasi di quiete, con un cortile profumato di gelsomini e un terrazzino incantevole da cui si domina la valle, circondato dalle tegole dei tetti antichi e protetto dalla mole della cupola del Duomo. Ho pensato che era adorabile, quella volta e ad ogni altra visita successiva, ma non ho mai fatto niente di più che contemplarlo da lontano. Eppure, evidentemente, c’è sempre una ragione se qualcosa ci colpisce nel profondo, e, prima o poi, se le lasciamo tempo, qualcosa accade. Così, a distanza di poco più di un anno da quella prima visita, complice la presenza di Barbara a cui fare da ciceroni, ci ritroviamo, affaticati, a salire i gradini della scalinata proprio mentre, nel cortile di gelsomini, un ragazzo sta tessendo le lodi di una crema di pistacchio a quello che sembra essere un suo ospite. Una battuta, uno sguardo e, al momento della discesa, troviamo ad attenderci un assaggio. Assaporando un cucchiaino di verde nettare (buonissima…!) conosciamo così Giuseppe, il gestore di “Caelum Hyblae”. In un batter d’occhio ci ritroviamo nel cortile profumato, nelle stanze affacciate su S.Giorgio,e poi ospiti di una degustazione serale che sarebbe stata fantastica ovunque ma che diventa indimenticabile con lo sfondo del Duomo illuminato e i cori sacri portati dal vento.

Una serata eccezionale per sapori, profumi, ospitalità.

Un regalo meraviglioso che abbiamo apprezzato, accompagnato da un regalo ancora più grande; quello, come ha detto un amico di recente, del tempo che ci viene dedicato.
Il tempo che sembra mancare a tutti e ovunque, ma che qui viene donato con rara generosità, con disarmante spontaneità e, a volte, come questa, con un blu, intenso e profondo… Cielo Ibleo.

Passato prossimo e remoto

 

 

“La Baba-a canta” diceva Silvia presentando i componenti del gruppo musicale del suo papà nel loro cd autoprodotto. Aveva tre anni e non ancora la “r”, sicché la cantante non era un originale talento di esotiche origini ma una “comune” Barbara di S. Giovanni in Persiceto. Che tanto comune in verità poi non fosse lo testimonia il fatto che, il primo giorno di nido, neomamma ansiosa al pensiero di abbandonare la creatura, avevo immediatamente rimosso ogni timore appena l’avevo guardata negli occhi. Maestra di Silvia, prima di cantante dei Tangram, aveva suscitato la mia simpatia e un’istintiva e profonda fiducia al primo sguardo. Amicizia di pelle che il tempo aveva confermato ma poi, con gli anni, diluito fino a farne perdere le tracce.
Ma siccome le cose belle e vere prima o poi riaffiorano, a distanza di 15 anni dall’ultimo incontro, complice la nostra avventura barcaiola, aggiungo proprio la sua firma al nostro registro.
E proprio con lei, gradita ospite in barca, condividiamo un altro ritrovamento.

 

Da un passato molto meno recente, dissepolti e riportati alla luce, i mosaici della Villa Romana del Casale, a Piazza Armerina ci stupiscono e ci incantano. Incredibili per ampiezza, dettagli, stato di conservazione, si snodano da una stanza all’altra dell’imponente villa padronale.

La soggezione e l’ammirazione che suscita l’insieme non possono che essere ombre di quelle suscitate un tempo e  la fantasia non ce la fa a riempire i vuoti.  Il desiderio d’essere catapultata nel passato per aggiungere colori e tratti, colonne e soffitti,  fontane che zampillano, voci e frusciar di vesti (suoni diversi dal qui ed ora del vento e dello sbatter d’ali dei piccioni)  è destinato ad esser disatteso.

Disatteso ma inevitabile.  Figlio naturale  non certo della frustrazione del poco ma, al contrario,  della gratitudine per quel tanto e tanto bello che il tempo ha preservato per noi tutti.

Profumo

La stradina polverosa non lascia presagire nulla ma quando l’auto si ferma e ci si guarda attorno appare, nella sua sfolgorante bellezza, un balcone sul mare, un prato che degrada lentamente e lascia spaziare la vista su tutto il golfo, fino al faro di Punta Secca. Lì accanto potrebbe esserci qualunque cosa, anche un mucchio di macerie, e sarebbe bello ugualmente, ma, invece, il “dopo” è all’altezza del “prima”.
Siamo da “gli Aromi”, nei pressi di Scicli, azienda familiare che produce e coccola erbe officinali ed aromatiche.

la palestra dove si fa yoga sul tappe…timo

Il viaggio (ché di questo si tratta…) si snoda tra varietà di timo, lavanda, gerani, maggiorana, rosmarino, finocchietto, solo per citare quelle che ricordo tra le 200 varietà che crescono nei campi e nelle serre.

Un viaggio a tutto tondo che solletica e soddisfa tutti i sensi. E mentre Enrico si occupa dell’udito raccontandoci la sua passione, passeggiamo accarezzando piante, strofinando fusti, assaggiamo piccole foglie piccanti mordicchiandole delicatamente, guardiamo le mille sfumature dei fiori e soprattutto ci inebriamo di profumi.

Intensi e sinceri, spesso sorprendenti e irriconoscibili al mio fiuto poco allenato, parlano alla nostra parte più inconscia e profonda e non è un caso che l’atmosfera sia lieve e pacata nonostante il nostro gruppo sia piuttosto numeroso.
Il buffet che conclude il tutto, gustato sul balcone naturale, è un degno commiato.

Nel racconto “E mai più nacque una donna” di C.L.Moore una splendida donna destinata alla morte trova nuova vita in un corpo meccanico ma dei cinque sensi solo vista e udito le vengono restituiti. Saranno sufficienti per  …restar legata alla natura e alla razza…?
Il racconto lascia il lettore nel dubbio ma quassù, forse, la risposta sarebbe facile.

Appuntamento al buio.

Scoccano le otto. Le campane sottolineano un crepuscolo arrivato da non molto, grazie all’ora legale. Siamo fermi davanti alla chiesa. Ci guardiamo intorno, in attesa. Tra poco arriverà un’auto e ci porterà da qualche parte per un invito a cena. Solo l’ora e l’auto…non sappiamo altro. Qualcuno ha letto il libro di Silvia e ci vuole conoscere.
Qualche minuto e poi, in perfetto orario, la Citroen arriva e si ferma. Accanto al guidatore un uomo è quasi ripiegato su se stesso, data l’altezza…

Sembrerebbe l’inizio di un racconto poliziesco e invece è l’ennesima dimostrazione della predisposizione genetica dei siciliani all’accoglienza, alla convivialità.
La portiera si apre e Franz, nativo di Marina ma dal passato emiliano, ci presenta Vincent, navigatore americano con la barca al porto. Pochi minuti e, come capita qui, diventiamo quasi di casa e la cena che segue (fantastica!) con Alda, Federica, la nonna e il piccolissimo Jacopo diventa una cena in famiglia, che neppure il bilinguismo maccheronico riesce a smorzare.
Rientriamo al porto, rinfrancati nel corpo e nello spirito, con un bottino di marmellate, (made in Alda) incredibili per gusto, profumo, originalità e quando, chiacchierando, Vincent scopre per caso che non avevamo mai visto prima né Franz né la sua famiglia, non si scompone più di tanto ma si ferma; piegandosi, si batte le ginocchia con le mani e ridendo di gusto esclama:
– Sicily……!!

Apprendista…cicerone

Le giovani guide

La spilla tonda e gialla con la scritta “Apprendista Cicerone per passione” basterebbe a renderli simpatici, ma i ragazzi del Liceo di Comiso ci aggiungono del loro e con la spigliata timidezza dei loro giovani anni e una disarmante e spontanea dialettica ci fanno da guide. Il luogo è il sito archeologico di Kaukana, a pochi chilometri da Marina di Ragusa, e l’occasione le giornate FAI di primavera.

Riaperta solo dall’estate scorsa grazie alla buona volontà degli abitanti del luogo, l’area archeologica è immersa nel verde e si spinge fino a lambire il mare. I resti del villaggio sono parzialmente dissepolti dalla sabbia, adagiati all’ombra degli alberi e quelli dell’antico porto sommersi dall’acqua, poco distanti dalla riva; basterebbero maschera e pinne, mi dicono, per osservarli.

Tra i resti delle antiche abitazioni, in cui si distinguono facilmente scale e finestre, spicca quel che resta di un edificio sacro con tanto di sarcofagi e qualche piccolo mosaico, risparmiato dal tempo.

Nei dintorni la natura si dà da fare con pennellate di rosso, giallo, viola, sparse ad arte nei campi, lungo i bordi delle strade, nei giardini.
Una meraviglia. Un inno alla primavera.

Ma tra i resti del villaggio antico, testimonianza del passato, tra le variopinte fioriture, testimonianza di vita nuova, c’è un immagine che mi colpisce. Un piccolo attimo che unisce passato, presente e futuro ( e fa ben sperare…);
l’attimo in cui
una guida…molto giovane racconta storie…molto vecchie a …giovanissimi visitatori.

Sul trespolo

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Avete notato che gli oggetti meccanici, quelli prettamente utili e anche, a dirla tutta, un po’ antipatici, non hanno quasi mai guasti? Al contrario, tutto quello che in qualche modo accompagna momenti piacevoli, conviviali, avventurosi…sembra essere preda degli imprevisti in modo imbarazzante. Tanto per citare: difficile ricordare l’inconveniente che impedisce al ferro da stiro di funzionare ma che dire, invece, di camper, moto e, naturalmente, barche?
So che sapete di cosa parlo e quindi non vi stupirete quando vi dirò che un banale tagliando motore si è tramutato in questi giorni in un affare un po’ più complesso.
Complice con tutta probabilità una rete pescata in acque elleniche (cosa che non contribuisce ad idealizzare il ricordo dell’estate greca), l’elica ha avuto bisogno di pezzi di ricambio e di conseguenza Cautha è dovuta uscire dal suo elemento naturale e si è trasferita sulla terraferma.
Come sempre le barche in secca mi fanno una strana impressione. Sorrette e puntellate per non cedere alla gravità, sembrano animali in letargo in attesa del risveglio. E se salire sulla barca mette alla prova più abilità da scalatori che da marinai, l’acqua lontana, che non lambisce le fiancate, rende la vista simile a quella che si può godere da un piccolo faro. Bella ma inusuale.
Dovessi scegliere un appartamento non avrei dubbi tra il primo e l’ultimo piano ma, in questo caso, quando la fortunatamente breve sosta avrà termine, abbandonerò volentieri l’improvvisato “attico” per tornare a “piano…mare”.

Teletrasporto

 

Che la vista sia tra i sei sensi il più sopravvalutato è a mio parere una verità insindacabile.
Gli occhi sono troppo legati alla mente e se vedere ci può provocare gioia, incanto o, al contrario, persino disgusto, raramente ci può trasportare lontano, nello spazio e nel tempo.
In questi giorni di mimose, alberi in fiore, ben prima di “mazzetto simbolo”, è l’olfatto che fa da teletrasporto e in maniera impeccabile.
Così, con un sol soffio di vento che trasporta l’aroma dolciastro delle piccole, gialle e rotonde infiorescenze, torno indietro di 30 anni, mentre scrivo uno dei miei primissimi raccontini (chè la voglia di scrivere è sempre stata mia compagna).
Una storia breve di una donna, che al tempo immaginavo senza averne mai conosciuta alcuna, priva di forze e di speranza, che scopre un soffio di vitale entusiasmo, di gioia e ottimismo in un profumato mazzetto di mimosa. Avvicinandosi alla finestra, che ignorava da tempo, trova ad attenderla la prorompente energia della primavera e un invito a rinascere, un monito a non arrendersi mai…
Non è un ricordo quello che attraverso le narici giunge alla mente. È un vero e proprio salto nel tempo e la collega che ho lasciato 3 anni fa, licenziandomi, ha 30 anni di meno e siede qualche banco avanti al mio e mi dice :
– Bella la tua storia, mi ha commosso!

Alla via così