I colori del mare

 

Il mare, sempre blu nei disegni dei bambini, è invece un costante mutare di colori, di umori e mai simile a se stesso.
C’è il mare allegro che conosciamo tutti, quello delle cartoline, delle ferie spensierate, attese e rimpiante;
c’è il mare schiumante adrenalina delle competizioni: l’uomo contro l’uomo e l’uomo contro la natura, sfida e avventura;
c’è il mare  autorevole, scuro e profondo che chiede umiltà a chi l’attraversa e quello romantico, tinto del rosso del  tramonto.
E  poi, sconosciuto ai più, c’è anche il mare del lavoro, della fatica, delle reti troppo leggere, delle notti troppo fredde e il mare del buio e della paura che non riesco e non posso immaginare.
Una paura che resta negli occhi, annidata, arrotolata tra i ricordi come un’infida serpe. E non bastano un lavoro e lo scorrere sereno del tempo per dimenticare e vincere. C’è bisogno d’altro.
C’è bisogno di tempo, di forza e di coraggio e c’è bisogno di persone, di persone sincere, di persone vere, di rispetto e di affetto.
Se si trovano, se si ha la fortuna d’incontrarli, allora può darsi che il vento sia uno zefiro delicato, le onde un lieve ondulare e il cielo un benefico calore; allora può darsi che i sorrisi si allarghino, i ricordi svaporino un poco e il mare risplenda dei colori dell’amicizia.

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Ciccio, Silvia, Sulay, Andrea e Luca

Andata e ritorno

Le anime nomadi non conoscono ritorni. Le loro sono eterne partenze, continuo divenire, viaggio e scoperta.
È l’eccitazione del primo passo che le guida, il bisogno di andare… dietro la curva, al di là della collina, oltre il capo…
E se capita di ripassare in qualche luogo   (che  la terra è pur sempre tonda) rivedere volti amici è un piacere che ha una data di scadenza.
Altrove, volti sconosciuti attendono d’avere un nome e il loro mondo ancora ignoto ha il brivido dell’imprevisto e il fuoco dell’avventura e nulla può esserne all’altezza.

Le anime stanziali non conoscono partenze. I loro sono solo allontanamenti, brevi parentesi, un battito di ciglia su qualcosa d’altro.
È la nostalgia che le guida, il piacevole languore di staccarsi un breve istante per godere ancor di più di ciò che appartiene loro da sempre.
E il ritorno è di gran lunga il momento più bello.
La serenità del mondo a cui appartengono e che hanno contribuito a costruire, colmo di memorie calde e rassicuranti non teme rivali.

Io non sono né l’una né l’altra o, forse, un po’ dell’una e un po’ dell’altra e amo l’eccitazione delle partenze quanto il conforto del ritorno.
Le cime che legano la mia “casa” e che mi rendono libera di spostare la mia vita sciogliendo un nodo mi tengono anche stretta, come radici idroponiche, alla terra che ha volti amici e profumi, colori, luoghi conosciuti.
Così, dopo solo (direbbe un’anima nomade) poco più di mille interminabili (direbbe un’anima stanziale) miglia, la familiare sagoma del faro di Punta Secca all’orizzonte mi accoglie a braccia aperte come un amico fedele.

Siamo tornati a casa .

I doveri dell’estate.

immagine tratta da internet

Pomeriggio inoltrato. L’ora degli arrivi. Una delle tante barche s’avvicina. Un lui e una lei a bordo.
Anche ad un occhio distratto l’atmosfera a bordo non sembra delle migliori. C’è nell’aria una cappa di tensione che traspare da ogni movimento, da ogni esclamazione.
Lei armeggia coi parabordi, lui timona nervoso. Non sono il ritratto della felicità. E anche a motore spento e, come dire, a giochi finiti, seduti nel pozzetto sembrano due estranei, vagamente annoiati.
Ma ecco, il miracolo! Appare lui, l’incontrastato re dell’estate: lo smartphone, e tutto cambia.
Gli sguardi si fanno vigili, si guardano intorno alla ricerca dell’inquadratura migliore…che si veda il tramonto…mi raccomando. I volti si animano, spuntano sorrisi che chissà dov’erano sepolti fino a un attimo prima. I due si avvicinano, si abbracciano, sembrano sposini novelli in luna di miele. E l’epilogo è inevitabile: un selfie con tutti gli attributi.
Corretto giusto un po’ per rendere il blu più blu e accompagnato dalla didascalia di rito caratterizzata da almeno tre punti esclamativi, sarà presto pronto per essere postato. Testimonianza doverosa per amici, parenti, colleghi di quanto sono fortunati, di quanto si stanno divertendo. Peccato che, repentino come un fulmine, tutto torni in un attimo come prima.
Indecisa tra l’essere divertita o profondamente sconsolata, mi sento di dispensare un consiglio. Se siete non dove vorreste essere, se state lavorando, se soffrite il caldo lontano da luoghi di villeggiatura e rosicate davanti a istantanee blu a trentadue denti, beh, lasciate un po’ di spazio nella vostra mente al beneficio del dubbio.

Notte in rada

L’immagine che appare all’orizzonte è più simile ad uno spettro che non a un’ isola, sfuocata com’è dalla foschia. La barca ha ammainato le vele e procede accompagnata dal brusio del motore. Manca meno d’un miglio e neppure nelle lenti del binocolo appare qualcos’altro che non sia indistinto grigio. Ma, man a mano che il tempo scorre, i contorni cominciano a delinearsi. Lo sguardo segue le linee della costa, gli alberi delle barche si stagliano sullo sfondo: la rada è più affollata di quel che speravamo.

Ci avviciniamo cercando di mantenere le dovute distanze.
Dalla prua il fondo marino appare chiaro, attraverso un’acqua cristallina: rocce, praterie di alghe e macchie di sabbia bianca. Lì e non altrove si deve calare l’ancora, nella sabbia, lontano dalle rocce, lontano dagli intrichi d’alghe, lontano dalle altre ancore già dormienti sul fondo. Il rumore della catena che cade non ha niente di musicale, è sgraziato e spigoloso ma centra l’obiettivo.
Per un attimo.
Poi, un colpo di vento contrario trascina tutti con sé.
La barca è ferma ma tocca andare a controllare. Un compito nient’affatto ingrato perché l’acqua è perfetta e attraverso il vetro della maschera m’incanto a seguire i pesci che mettono in scena il loro lento show tra le rocce.

Dalle altre imbarcazioni altri tuffi di verifica.
Se il vento cala, come spesso accade al calar del sole, se non ci saranno raffiche dispettose, se nessuno dei vicini subirà la vendetta del proprio ancoraggio fatto, forse, con superficiale noncuranza, sarà una notte tranquilla.
Intanto cala il buio. Sulla costa le luci del paesino, in rada le luci di fonda impigliate sugli alberi maestri, in cielo le stelle vivide e brillanti finché la luna che sorge non le fa impallidire fino a scomparire. Il silenzio è rotto solo dallo sciabordio dell’acqua. È ora di dormire ma con un occhio solo e l’orecchio teso a percepire l’umore del vento, l’allarme che monitora i movimenti dell’ancora…

Il dormiveglia è di casa anche in paradiso.

 

In fila per tre

Entrata nel canale di Lefkada

Beh, non proprio in fila per tre…e nessun direttore…e nessuno che batte le mani…perchè Bennato, è ovvio, pensava a ben altro, ma quando suona la sirena, le barche che giravano come squali in tondo su se stesse, si mettono in ordinata fila indiana e procedono lentamente nel canale. Siamo a Lefkada, la porta delle mitiche isole ioniche, meta prediletta del turismo nautico.
Lefkada è un’ isola, ma un po’ per finta, separata com’è dalla terraferma solo da un ponte, quello appunto che si apre obbediente per lasciar passare le imbarcazioni.
L’avvicinamento ha del fantascientifico perché fino all’ultimo istante la prospettiva inganna e, a dispetto delle carte nautiche, sembra di essere diretti ad un insano spiaggiamento.

Poi, però, si scorge il canale con le boe rosse e verdi a delimitare la rotta.  All’interno una specie di mare chiuso, accanto al quale sonnecchia placida una laguna, straboccante gabbiani e altri volatili dal nome sconosciuto.

Quando il canale finisce, cominciano miglia di mare blu con isole e isolette, baie ampie o strette come fiordi, colline dalla lussureggiante vegetazione che rendono l’acqua color delle foglie.

La relativa calma di queste acque, circoscritte dalla terra, richiama, per sua natura, una quantità di imbarcazioni che ha dell’incredibile e le rade più gettonate sono piene come i parcheggi degli ipermercati. Così non stupiscono gli incontri: barche che hanno svernato in Sicilia e ora sostano qui ma, molto più inaspettato, anche un salto nel passato.  Nostri vicini di…pontile nell’epoca “pre Cautha” a Marina di Ravenna, Vittorio e Graziella sono qui con la loro Danae da diversi anni e col loro accento familiare ci ricordano la Romagna e siglano una nuova entrata nel registro degli ospiti. 

Incontri marini

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Un vento particolarmente benevolo sospingeva la barca sulla giusta rotta. Le coste italiane non erano più in vista, quelle greche non ancora. Certo la meta non distava giorni e giorni ma comunque, intorno, c’era acqua soltanto. L’uomo e il mare possono essere uniti da sentimenti diversi e opposti: inquietudine, timore, solitudine ma anche orgoglio, sfida, eccitazione, aspettativa. Un mix di tutto ciò credo sia presente in tutti quando intorno c’è solo blu. Le proporzioni possono variare a seconda del meteo, dell’equipaggio, della barca, della meta, del motivo che induce ad attraversare il mare e, in larga misura, dal proprio carattere. Tuttavia sono sicura che la compagnia di un branco di delfini, delle vele all’orizzonte o il saluto di una barca che procede in senso opposto non possano che far piacere. A maggior ragione il gracchiare disturbato della radio di bordo che rispondeva al mio “Blu, Blu, Blu per Cautha” è stato una gioia.

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Erano Michela e Gabriele sulla loro “Blu”. Partiti da Brindisi stavano facendo rotta su Ereikoussa dove, qualche giorno fa, ci siamo incontrati.  Dopo una trasferta a Corfù, che, come ricordavo, nonostante il turismo d’alta stagione resta una città affascinante con il suo piccolo porto all’ombra delle mura della fortezza e il cielo ingombro di rondini e di frinir di cicale, ora le nostre barche affiancate si stanno godendo una baia finalmente deserta. Dopo aver sopportato tre discoteche galleggianti che ci hanno trasportato per un paio d’ore in un  inferno di decibel, condividere il rumore del vento con un paio di buoni amici è davvero  una benedizione.

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Matera

Centottanta chilometri di litoranea trafficata all’andata e centottanta  al ritorno non sono quello che si potrebbe definire una passeggiata, ma non è bastato.
Ormai eravamo decisi a visitare Matera. Troppo curiosi di vedere di persona la prossima Capitale Europea della Cultura. Troppo tentati dal verificare la spettacolarità del paesaggio così spesso fotografato e documentato.
Ebbene, l’arrivo è stato spiazzante. Una città moderna, un parcheggio, un giardinetto un po’ asfittico… forse abbiamo sbagliato luogo… Poi, invece, girato l’angolo…
Eccola!IMG_7635

Parlare di Matera non è facile. È talmente perfetta nelle sue linee, nella sua armonia estetica che qualunque commento scade nel banale. Ora città di turisti accaldati e di guide loquaci è stata città di caverne e di case contadine scavate nella roccia nuda, inferno e paradiso, set cinematografico e pagine di letteratura. Sulle facciate monocolore delle sue case si allungano le ombre dei contrasti: passato e presente, memorie ed oblio.

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Tutto si mescola e sfugge alle definizioni, rifugge le parole, sbiadisce le descrizioni. Restano il rosa e il  bianco, la terra e la roccia, il solco profondo della valle e le parole d’altri… 

In effetti, la prima volta che l’ho vista, ho perso la testa, perché era semplicemente perfetta.

(Mel Gibson durante le riprese di La passione di Cristo )

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E alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. Di lì sembra quasi una città vera. Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi.

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Chiunque veda Matera, non può non restarne colpito tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza.

(Carlo Levi – Cristo si è fermato a Eboli)

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Lo giuro

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Le vocine che escono dalle finestre del piccolo edificio hanno il timbro squillante di chi avrà al massimo dieci anni.

– …bambini come me

In controcanto una voce più profonda.

– ed avere ancora fiducia…
– ed avere ancora fiducia
– nel mare…
– nel mare
– nella natura e nella vita…
– nella natura e nella vita

Poi come un allegro petardo, il coro:

– Lo giuro!

Il porto è quello del Club Velico Crotone, tranquillo e accogliente e l’ edificio quello della scuola di vela che ha qui la sua sede.
Ogni mattina uno stuolo di bambini invade i pontili per la consueta lezione. Alcuni sono piccolissimi e seduti nelle barchette, la barra tra le mani, in fila dietro al gommone, formano una tenera compagnia, come tanti anatroccoli a seguito della mamma. Sono concentrati, disciplinati e si divertono.

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Basterebbe già questo, oltre alla mia personale convinzione che lo sport della vela sia una gran scuola di vita, per rallegrarsi dell’esistenza di iniziative come questa. Ma lo spezzone del giuramento, origliato per caso dalle finestre aperte, mi induce a cercarne il testo completo. Non devo faticare molto. Lo trovo, o meglio, ne trovo l’autore, seduto sul pontile, intento ad insegnare ad un paio di bimbetti qualche basilare nozione di pesca. Il testo mancante è, come immaginavo, all’altezza del finale e questo mi esonera dall’aggiungere altro se non trascriverlo, condividerlo e ringraziare questi ragazzi e tutti coloro che lavorano con passione e speranza per un futuro migliore.

Il Giuramento del Piccolo uomo di mare img_6079

Io
piccolo uomo di mare
iniziato alle onde, al vento e alle correnti
nel golfo di Crotone
giuro 
di impegnarmi a conoscere
il mare
per rispettarlo
e per amarlo.
Io
piccolo uomo di mare
dal centro del Mediterraneo
giuro
di navigare, veleggiare, nuotare, immergermi
nelle acque di casa
o nei quattro Oceani
e di giocare su ogni spiaggia
ma sempre da ospite,
lasciando infine ogni cosa al suo posto.
Io
consapevole,
in quanto cucciolo di uomo
bianco, nero, giallo o rosso,
di essere,
con delfini, orche e balene,
l’animale più intelligente del pianeta
giuro
di essere d’esempio
per mamma, papà e tutti gli adulti
e mi impegno
a ispirarli
senza parole
a tornare bambini come me
e ad avere ancora fiducia
nel mare,
nella natura
e nella vita.

(Gianluca Cortese)

 

Libro di storia

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Santa Severina

Il cartello stradale indica Santa Severina.
A capo si legge “La nave di pietra”.
E io rosico un po’, perché un appellativo così vorrei averlo inventato io. Costruita su un cocuzzolo, quando appare improvvisamente tra gli alberi sembra veramente una nave tra le onde lunghe delle colline, con tetti e bastioni del castello a fare da alberi maestri.
Come ormai di consuetudine, anche questo è uno dei “Borghi più belli d’Italia” e come gli altri, è tenuto in ostaggio dal silenzio e dal garrire delle rondini. Non si sentono voci. Persino nella piazza del paese, gremita di uomini che passeggiano e giocano a carte, c’è una pacata tranquillità.

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La piazza e il Castello Carafa sullo sfondo

Una bimba passa tra i tavoli in bicicletta. È l’unica presenza femminile che incontriamo. Le donne brillano per la loro totale assenza. Intravediamo soltanto un frusciar di gonne dietro un uscio mentre, ebbri di vicoli, testimonianze bizantine e normanne, lasciamo il mare di colli per dirigerci verso il tratto di costa che circonda Capo Rizzuto.

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Le vie del borgo

Siamo in versione “turisti terrestri”, ovviamente. La barca è ormeggiata a Crotone e il porto di Le Castella lo raggiungiamo da un’ angolazione inconsueta. Il paesino turistico e “plurale” pare debba il suo nome alle molte isole fortificate che occupavano questo tratto di mare, prima di sprofondare negli abissi. Tra esse, forse… anche l’omerica Ogigia dove Calipso trattenne Ulisse per sette lunghi anni.

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Le Castella, Fortezza Aragonese

Suggestioni leggendarie che sono lo sfondo ideale per la Fortezza Aragonese che domina il promontorio. Circondata dai turchesi del mare è possente e romantica allo stesso tempo. Conservata e tenuta in maniera encomiabile cala il suo ponte levatoio per i visitatori.
All’interno aria fresca e muri possenti, dai bastioni lontani orizzonti ionici e, nella torre, una ripida scala a chiocciola per raggiungere il punto più alto, dove la mia memoria infantile non fatica a collocare una principessa con la lunga treccia o un soldato trafelato che avverte dell’arrivo dei nemici.

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Vista dal castello

Poco lontano, sulla strada del ritorno, un altro punto d’avvistamento strategico e, questa volta è una colonna superstite, figlia della Magna Grecia a trasportarci nel passato.

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Capo Colonna

Greci, Bizantini, Normanni, Aragonesi…
Popoli diversi e secoli che si susseguono racchiusi in una manciata di chilometri condividendo coste e colline, un libro di storia a cielo aperto da ricordare, sfogliare e proteggere.

Solidarietà

Sono in “versione manovale”. Sul tavolo del pozzetto tengo fermo un profilo d’acciaio, passo le viti al consorte, procuro attrezzi. Fedeli al motto che in barca il bricolage non è un passatempo ma piuttosto un obbligo costituzionale stiamo costruendo una zanzariera per il tambuccio. Intanto, dal molo, arriva un ciarliero vociare. Poi una marea bianco rossa si riversa sui pontili. Le intenzioni d’una folla si riconoscono da lontano e  in questa pacifica invasione non c’è traccia della competizione che accompagna gli eventi sportivi ma vi aleggia profumo di solidarietà. Individuo facilmente i gesti, le atmosfere, i modi di chi si occupa degli altri. Mi ricordano le veleggiate di “Tutti imbarcabili”a Marina di Ravenna. Allora ero in qualche modo protagonista,  ora soltanto testimone ma ugualmente contenta e grata nell’ incontrare un’umanità generosa e solidale. Questa volta ad uscire in mare a vele spiegate sono medici, volontari e pazienti dell’AIL di Reggio Calabria (associazione che si occupa dei malati onco-ematologici). Il loro progetto dalle omeriche risonanze, Progetto Itaca, si pone come obiettivo la diffusione della vela terapia per migliorare la qualità di vita dei malati e, guardando questo fiume di persone allegre, sorridenti ed emozionate prendere il largo non si può che convenirne. Del resto se c’è qualcosa che per sua natura spoglia l’essere umano da qualsiasi sovrastruttura di corpo e di pensiero questo è il mare. Acqua salata che ci scorre nelle vene da sempre, distesa liquida che non conosce confini, distinzioni, differenze, ci culla, ci spaventa, ci affascina, trattandoci tutti allo stesso modo, come fossimo un’unica cosa. Ciò che in fondo siamo, a dispetto di etnia, credo, sesso, forza, ricchezza, salute e malattia…semplici ed uniche scintille di vita.

Interni

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La strada corre parallela al greto del torrente in secca, una distesa larga e sinuosa di ciottoli e sassi in bianco e nero. Tutt’intorno monti dai contorni irregolari che, chissà perché, mi ricordano un’ India cinematografica, vista tanti anni fa. La vegetazione sulle cime si divide tra cespugli arsi e verdi conifere; nelle valli le coltivazioni di bergamotto la fanno da padrone.

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I tornanti si susseguono dando la scalata alla montagna e  provocando un certo gusto al consorte, a cui non par vero d’avere ogni tanto un motore da domare.

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Veduta dal Castello di Gerace

Con un’ auto a noleggio stiamo scoprendo l’interno calabro, trovando borghi e paesaggi inaspettati e sorprendenti. I paesi, lontani dalla costa, sono tutti in fuga dalle facili pianure, arroccati e nascosti a scrutare dall’alto, ancora una volta, l’arrivo d’improbabili nemici.

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Borghi tra i più belli d’Italia offrono viste spettacolari, vicoli stretti, case e chiese medievali e bizantine.

 

Monasteri, conventi e luoghi di santità (pare che la “Madonna dello Scoglio” sia una specie di Lourdes nostrana) trovano il loro spazio, protetti dalle rocce, ancorati al silenzio, difesi dalla vertigine su cui vengono edificati.

 

Boschi, cascate e laghi chiudono il cerchio dell’inatteso con sentieri e possibili escursioni che farebbero la gioia di qualunque camminatore.

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Bivongi. Punto di partenza per le cascate del Marmarico.

Quando, ormeggiati al porto di Roccella, abbiamo optato per una sosta più lunga, tale da permetterci di visitare l’entroterra, davvero non mi aspettavo nulla di simile, ma questi luoghi schivi, mimetizzati nella natura che li circonda e li protegge ci hanno stupito e ricompensato con inaspettati tesori.

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l’Eremo della Pastorella. Stilo.

Ps. Nelle foto multiple i nomi dei luoghi appaiono se ci cliccate sopra.

Assecondare

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Porto Delle Grazie

L’etimologia delle parole a volte riserva delle sorprese, così, cito liberamente da “unaparolaalgiorno.it

Assecondare, dal latino secondare, a sua volta derivato da secundus significa sia favorire che seguire. Una coppia di significati che ricorda il vento quando in poppa alla nave gonfia le vele e  seguendola, la spinge. Un’ immagine potente ed eloquente.

Un’ immagine che non poteva essere più azzeccata perché se, parlando di  rapporti umani, assecondare qualcuno non sempre è un’azione meritevole, quando si parla di forze naturali il discorso cambia.
Chiunque abbia avuto a che fare col mare sa bene che navigare contro vento è un’ impresa ardua ed un’esperienza da dimenticare, ma sa anche che chinare la testa in un garibaldino “obbedisco” e girare la prua dove il vento comanda trasforma l’inferno in paradiso.
Così, quando qualche giorno fa, partiti da Riposto verso la Calabria, abbiamo trovato un non previsto nord-est che, dritto sulla prua, ci faceva sbattere sull’onda spruzzando acqua  salata sulle vele e riempiendo di gemiti lo scafo, abbiamo assecondato i desideri del mare e girato il timone.
Col vento al traverso, la barca è diventata docile, veloce, persino allegra nel cavalcare le onde che ora l’accompagnavano con un gentile sciabordio verso Catania.
Approdati nella darsena cittadina non abbiamo dovuto attendere molto e il vento a favore, puntualmente, dopo qualche giorno, si è fatto vivo e, questa volta sì, ci ha accompagnato fino a Roccella Ionica.
Il porto di Roccella è una vecchia conoscenza che non delude mai. La comodità dell’ormeggio, l’ accoglienza degli ormeggiatori che omaggiano ogni nuovo arrivo di un
– Benvenuto comandante!
aggiungendo un galante baciamano alle signore, la mitica pizzeria lungo il molo, la cortesia del personale dell’ufficio…basterebbero per renderlo un porto piacevole e accogliente. Ma, a suo onore, va aggiunto che ogni volta che vi siamo approdati abbiamo trovato qualcosa di nuovo e di migliore. Quest’anno è il caso di questo strano dispositivo, un’invenzione ingegnosa e brillante per mantenere pulito il mare. Una buona pratica e un esempio da seguire e da…assecondare.

Dintorni

 

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L’Alcantara con l’accento sulla seconda a, diversamente da come tenderei a pronunciarlo, è un fiume che nasce dai monti Nebrodi e sfocia nel mar Ionio nei pressi di Giardini Naxos. Un fiume un po’  speciale che deve il suo percorso, non tanto alla forza dell’acqua, quanto alla forza del fuoco. Sotto forma di colate laviche la potenza del vulcano ne ha, per così dire, intercettato e guidato il cammino  durante i secoli, creando scenari suggestivi come nelle note Gole dell’Alcantara.

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La prima volta che le vidi non c’era altro che un sentierino che scendeva a valle, le pareti a strapiombo, l’acqua gelida e noi, una manciata di ragazzi che risalivano il letto del fiume controcorrente, scivolando e aggrappandoci alle rocce con la beata incoscienza dei vent’anni. A distanza di trent’anni il paesaggio mantiene lo stesso fascino ma, tutt’intorno,  è cresciuto un parco con tanto di visite guidate, escursioni, aree ristoro, ascensori…molto più frequentato di un tempo. Non resisto alla tentazione di unirmi ai bagnanti e camminare controcorrente ma mi inoltro molto meno nelle gole e l’acqua reale è decisamente meno fredda di quella della memoria.

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Lasciati dunque i ricordi e le rive del fiume, ne seguiamo il cammino a ritroso e ci inerpichiamo sui colli fino a Castiglione di Sicilia. La cittadina fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia.

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L’aria di mezza montagna che si respira si fa beffe della latitudine. Il silenzio, la valle distesa ai piedi dell’abitato, verde di castagni e noccioli, l’odore di legno e di camino, le tegole dei tetti visti dall’alto della torre, lo rendono emotivamente simile al “mio” Appennino. Un paesaggio  che calma e riposa cuore e mente, un luogo che invita alla quiete.

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Lo sguardo si perde lontano, oltre la pianura. Laggiù, ancora nascoste, ci sono le acque dello stretto, la riviera, il porto che ci aspetta. Il contrattempo è fortunatamente risolto, ancora qualche giorno e ci lasceremo tutto questo alle spalle per dirigerci verso il “continente”.  

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I colori della vita

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Non fatelo. Non sforzatevi di indovinare dov’è Cautha tra le barche placidamente adagiate nella baia. Non c’è.
Siamo in versione turisti terrestri, in visita a Taormina, che ricordavamo splendida.
A onor del vero e in accordo con chi mi aveva “avvisato”, il fascino del luogo è inversamente proporzionale al numero di persone che lo popolano. L’orda di barbari travestita da turisti che invade le stradine, il vociare che copre ogni altro suono e lo shopping compulsivo per la via principale rendono tutto molto, molto meno affascinante.
Si salvano i giardini, sempre meravigliosi e un po’ defilati, tanto da essere una piccola oasi di pace.

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Da lì, come fosse un plastico, vediamo i binari e il trenino che collega Giardini Naxos con Riposto. Già, perché, a causa di un contrattempo, ci tocca star fermi per un po’ al porto. Un porto dal quale basta alzare appena gli occhi  per vedere la cima dell’Etna tra le nuvole. Collocato in una posizione strategica, davanti ad un paesino non particolarmente significativo se non per il mercato del pesce e gli ambulanti che vendono a prezzi stracciati frutta e verdura,  ci ospita per una sosta un po’ più lunga del previsto.
Ebbene, quando le cose non vanno esattamente come mi aspettavo c’è un nitido ricordo che mi viene sempre in mente ed è quello di una simpatica ragazza conosciuta in Grecia. Coinvolta in uno dei tanti probabili imprevisti che accompagnano la vita del velista, con un meraviglioso accento toscano (che chissà che pagherei per renderlo con la scrittura), allargando le braccia, in segno di resa, mi donava questa chicca di filosofia spicciola:

Chi non fa nulla…non gli succede nulla… e poi, con uno splendido e sincero sorriso

Sono i colori della vita.

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Trasferte

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Capo Passero

È una giornata scorbutica, volubile, dai repentini cambi d’umore.
Piove per un attimo, soltanto poche gocce, esce il sole, si alza vento all’improvviso e all’improvviso cala, lo strumento che ne indica la direzione gira come una lancetta dell’orologio: sud, sud-est, nord, sud-ovest.
Davanti a noi, da parecchie miglia ormai, c’è la sagoma dell’Etna con il suo profilo morbido e bonario. Ma il pennacchio di fumo che sale dritto, svelto a mimetizzarsi tra le nuvole, ne rivela il vero carattere.

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Il cielo è uniformemente coperto da nuvole alte, grigie e azzurre.
Catania è nascosta dalla foschia, le coste calabre non si vedono, il mare è liscio come l’olio, neppure una cresta bianca di spuma all’orizzonte.
Ebbene sì, siamo in “trasferta”. Abbiamo mollato gli ormeggi ieri mattina lasciando il porto coi pontili quasi vuoti perché i residenti invernali se ne sono già andati ormai da tempo.
Ieri sera, prima tappa a Marzamemi. Sempre bella da terra e dal mare. La piazza, deserta d’inverno, ora è punteggiata di ombrelloni e tavolini colorati ma mantiene inalterato il suo fascino.
L’abbiamo lasciata questa mattina presto…
Intanto il vento è calato di nuovo, il motore sputa acqua a ritmo rompendo la superficie del mare. Davanti a noi un profilo abbozzato di rilievi nella foschia e, molto più vicini, un branco di allegri delfini che ci “taglia la strada”.
Tra qualche ora e quindici miglia saremo arrivati. Ci attende Riposto, il “Porto dell’Etna”.

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L’amicizia è servita…

 

Foto gentilmente concesse da Antonio

Poi la cuoca senza dire altro iniziò a preparare le acciughe, ad accendere i fornelli, a mischiare gli odori e quando la ragazza la vide così intenta, immersa (…) con il vapore che la nascondeva, il fuoco che creava mille luci sul suo volto, i movimenti che danzavano, si disse (…) che quando cucinava non era più la stessa, diventava anche lei un ingrediente, l’arte mostrava il vero volto delle persone…
(Silvia Sola – Sognando Venere)

Chiunque abbia mangiato anche una sola volta all’home restaurant “Franzalda” sa, senza bisogno di sbirciare in cucina, che è proprio questo che accade quando Alda è ai fornelli. Come tutti gli artisti diventa parte delle sue opere, trasforma e crea, miscela fantasia e passione e regala pizzichi di sé in ogni portata. Non sappiamo se, come la cuoca del libro, aggiunga

 un po’ dei suoi ricordi per condire meglio il piatto

ma qualunque sia l’ingrediente segreto…ricordi, desideri, sogni…è certo che esce dal cuore e ai cuori parla.
E questa volta i cuori non sono solo i nostri ma anche quelli di alcuni amici che ci sono venuti a trovare dandomi l’occasione di riaprire il registro degli ospiti.
Riuniti attorno al tavolo Antonio e Rosi, simpaticissimi vicini di barca, Mauro, nostro ispiratore velico, con la sua famiglia e Roberto che, accompagnato da Nicoletta, merita una menzione speciale essendo riemerso dalle  nebbie di un passato remoto, quando ancora giravamo in camper e Silvia era piccolissima.
In loro piacevole compagnia ci regaliamo questa cena.
Sono amici di tempi e di luoghi lontani e diversi, sconosciuti gli uni agli altri. Ma sappiamo che non lo resteranno a lungo.

  Giusto il tempo del primo antipasto.

Perché se intorno ad un tavolo è difficile restare sconosciuti, quando il cibo ha un’anima non possono più esistere  estranei.

 

Incontri fortuiti

Il Levante questa volta si è dato da fare. E siccome non è il protagonista del film di Pieraccioni ma il vento dell’est, ha fatto quello che un vento sa fare. Ha soffiato, soffiato e soffiato ancora, senza mollare un attimo per ventiquattr’ore. Chi si è piegato al suo volere è stato risparmiato e le barche, inclinate di bolina sotto le raffiche, non hanno subito danni, ma sulla terraferma hanno ceduto lampioni, alberi, rampicanti che nella loro caduta hanno trascinato con sè muretti e colonne. In campeggio, le verande picchettate con qualche approssimazione, hanno preso il volo e le serre dei dintorni sono state ridotte a brandelli da un soffio d’aria, soltanto aria…che la velocità ha reso letale e pericolosa come un macigno. 
Poi, come accade sempre, il vento ha ceduto e, il giorno dopo l’aria è immota e il ricordo di quel che è stato rimane a terra, tra i rami caduti.
E in questo giorno di calma riceviamo una visita: “amici sconosciuti” venuti dal nord alla ricerca di pietre dal cuore vulcanico (per i curiosi http://www.piandellacastagna.it ) 
L’incontro fortuito risale a un anno fa: Adolfo da “Arà” e qualche minuto di chiacchiere con Silvia tra un arancino e una birra. Poi soltanto incursioni virtuali nei siti, nei blog, uno scambio di libri e un appuntamento via mail…fino ad oggi.
Non è la prima volta (i lettori attenti ricorderanno) che un appuntamento al buio si rivela tutt’altro che scuro e misterioso e, se all’inizio mi stupivo, ora so che noi siamo una rete di fili invisibili che ci collegano con tutta la vita che ci sta a cuore (cit.G.Lisi) e quando, pur senza saperlo, si condivide una passione, un ideale, anche solo un’emozione, per una musica, un dipinto, una spiaggia, una città… allora è inevitabile che i fili si intreccino, che le strade si incontrino, che gli amici sconosciuti si conoscano.

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Adolfo e la sua “banda”

Benvenuti ragazzi, nel mio registro degli ospiti!   

Vendicari

 

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La piazza di Marzamemi, di questi tempi fuori stagione, è uno di quei luoghi che seleziona. Due le opzioni davanti al suo essere semideserta: o immutata meraviglia e appagamento dello spirito o disappunto e muto rimprovero per la mancanza di “vita” turistica.
Bene, soltanto chi si si riconosce nella prima categoria merita la Riserva di Vendicari. Situata tra Noto e Marzamemi la riserva è un’area di quasi 1500 ettari di spiagge, strade sassose, macchia mediterranea, vestigia del passato.
Selvaggia ma ben curata, invita a perdersi lungo i sentieri segnati, fortunatamente unico intervento umano nell’abbraccio di una natura sincera.
Nello specchio lacustre del “Pantano” si affollano gli uccelli. Si sentono a casa.

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I fenicotteri rosa sostano con le zampe a mollo e piegano i loro colli sinuosi alla ricerca di gamberetti. Uccellini più piccoli (che ci vorrebbe Silvia per riconoscerli) svolazzano tra i cespugli di mirto, sui ginepri, cinguettano esuberanti e un po’ spavaldi. Si dice che siano tantissime le specie che sostano qui durante i loro voli migratori da paesi lontani: Russia, Svezia, Francia, Finlandia… giunti da mezzo mondo per riposarsi in questo luogo inviolato, tra il mare e la terra. Diversamente da loro, tra le colonne della Tonnara splendidamente restaurata…

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dall’alto della Torre Sveva…

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le memorie degli uomini parlano di lavoro e di vedette, scorribande e pirateria. Sono luoghi che racchiudono storie, ma gli eventi di cui sono frutto sembrano stemperarsi e perdersi nel profumo del timo e dei limoni, come a dire che questa non è più casa dell’uomo. E quasi a monito, come un’inevitabile profezia, spiaggiata tra i ciottoli, una barca ancora intrisa di umanità sembra attendere pazientemente il dissolversi dei ricordi.

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Tra breve finirà col cedere anch’essa ai colori, ai suoni e ai profumi della Natura. Una Natura con la maiuscola, padrona autorevole e saggia che riempie, custodisce e governa con antica consapevolezza questo splendido lembo di terra.

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Il racconto

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Sono in anticipo. Come sempre.
Detesto arrivare all’ultimo. Sempre. Ma in particolare all’aeroporto.
Detesto i controlli di sicurezza, quello spogliarsi e infilare in vaschetta e togliersi orologi e bracciali e sperare che le scarpe non suonino e non tocchi passare in calzini. Ma amo le sale d’aspetto e i luoghi in genere, in cui i fili delle vite di sconosciuti si intrecciano in uno spazio comune.
Così arrivo in anticipo.
E mentre aspetto il mio turno, seduta sul pavimento, davanti ai banchi del bagaglio in stiva, c’è una donna che è un fotogramma divenuto realtà, uno scatto fantastico, se soltanto avessi la macchina fotografica.
Io mi faccio bastare il telefono ma sembro l’unica a notarla. Il resto del mondo le passa accanto e la sfiora…come se non ci fosse.
È un tantino inquietante ma la mia rassicurante sala d’attesa mi attende e passo veloce nell’accenno di porta che separa i buoni dai cattivi. Poco dopo, mentre leggo, seduta su una scomoda poltroncina, mi dimentico di lei…finché un tubare estraneo mi distrae, un frullar d’ali mi passa accanto.
Mi giro, mi guardo intorno. Passa un ombra tra i piedi dei viaggiatori.
Sembra un piccione. È un piccione!
Un piccione grigio, comune, che cammina sul lucido pavimento dell’aeroporto.
Il mio stupore è grande, unico e insolitamente solitario.
Due ragazzi ridono di gusto, un signore cravattato digita sui tasti del suo portatile, una mamma scuote con angelica pazienza un passeggino e nessuno guarda, anzi, peggio: nessuno vede.
Il piccione zampetta, tuba, vola, passa tra le gambe, quasi inciampa nelle lucide scarpe del cravattato.
Nessuno lo nota.
La mamma ondeggiante lo guarda (sono sicura!) ma sembra non vederlo.
Mi sforzo di tornare a leggere ostentando la loro indifferenza.
È un racconto di fantascienza. Si intitola “Difetto” di John D. MacDonald.

 Preferisco immaginare d’essere del tutto pazza

Non è proprio il modo in cui avrei voluto iniziasse. Ed un piccolo brividino d’inquietudine mi serpeggia lungo la schiena.
Rialzo gli occhi dal Kindle. Cerco il piccione. Non lo vedo. Non c’è più.
Ma c’era?
La donna… il piccione… Comincio a sentirmi un po’ stranita.
Poi un tubare leggero e l’uomo, seduto di fronte a me, abbassa lo sguardo e, infastidito, scosta il volatile col piede.

Un grosso grosso respiro di sollievo.
Chiudo il Kindle .
Finirò il racconto di John D.MacDonald un altro giorno

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Arance

IMG_4549Quando insegnavo circolava tra noi docenti un aneddoto, uno dei tanti, che riguardava i bambini di città. Si trattava di un piccolino che, interrogato sulla fonte da cui proveniva il latte, aveva risposto senza indugio:
-Dalla Coop.
Nessun sospetto sfiorava la creatura, che aveva visto l’alimento sempre e solo in un cartone colorato e certo niente legava la bianca bevanda mattutina con un animale ingombrante e straniero come la mucca.
Tra noi si sorrideva della cosa, (anche se con una certa preoccupazione) ma soprattutto ci si chiedeva come fosse possibile una simile mancanza.
Eppure, quattro anni fa, io, al pari del ragazzino in questione, se avessi dovuto rispondere solo per esperienza diretta, avrei dovuto dire che le arance crescevano nelle cassette del fruttivendolo. La prima volta che ho visto un’ arancia su un arancio, infatti, è stato a Trapani, al mio primo anno mediterraneo. Da buona emiliana ero abituata a vedere sugli alberi solo mele e ciliegie e, anche se può suonare ridicolo, quella prima volta fu una vera emozione.
L’arancio è un albero amichevole, aggraziato, paffuto. Come gli agrumi in genere, non mette soggezione, non incombe, è un albero pacifico, familiare. Il verde delle sue foglie è intenso e profondo, il profumo delle zagare inebriante e sensuale ed i suoi frutti rotondi sembrano decorazioni di natale, vivide tra i rami. È bello da solo, anche in un cortile abbandonato, figurarsi quando gli aranci sono centinaia. Di recente siamo andati proprio in un aranceto, lasciato in ostaggio alle erbacce dai proprietari, che purtroppo non se ne possono occupare più. Accompagnati da un amico abbiamo avuto il permesso di entrare e di raccogliere…

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Così, dopo il cancello, si è aperto una sorta di Eden.
Gli alberi erano così carichi che già parecchi frutti erano caduti a terra e per riempire una borsa è bastato ruotare la punta dei piedi ed allungare la mano, senza neppure spostarsi da un albero all’altro.
Tutt’intorno profumo e silenzio e il succo dolcissimo delle arance, mangiate al momento.
Difficile non sentirsi appagati. Difficile non restare ammirati. Difficile (e deplorevole) non essere grati.

La natura non fa nulla invano.(Aristotele)

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Il raccolto

Alla via così